Liberi di muoversi. O no?

Quando si dice “avere un limite”, non è per fare i fighi e ostentare una chissà quanto dura educazione. È importante sapere dove sono i confini, per essere consapevoli di quando li si supera, perché, perché sì o perché no.

Un’idea per impedire alla gente di bere fino a tarda notte disturbando sotto le case della gente? Delimitare uno spazio, rendendolo “alcool free” da un’ora all’altra.
Vi sembra un’idea sensata? Impedire un’azione in una porzione circoscritta di spazio è un’idea pazzesca, che peraltro non risolve il problema: chi metti a sorvegliare i cento o duecento metri quadrati perché la norma venga rispettata?

Dall’alto decidi che in un determinato luogo un’azione diventa punibile. Roba da medioevo.

Piuttosto che inventate leggi sciocche che lottano contro i vizi, si dovrebbe mettere in giro, fuori dagli uffici, i cosiddetti “poliziotti di quartiere”. Essi conoscerebbero le persone, le facce della strada e quelle nuove, e costoro non avrebbero difficoltà a capire quando il problema è un bicchierino di troppo oppure qualcosa di più serio.

A proposito di “serio”: generalmente, quando si parla di una lite fra due (Italiani o stranieri che siano, il che è sempre specificato con morbosità da giornalazzo da barbiere), al Tg ci tengono sempre a specificare che tutto è iniziato a causa di FUTILI motivi.
Mai che si dica che i due si sono dati di mano per motivi seri e sacrosanti, giustificabili e legittimi.
Sono sempre motivi futili, come se in mezzo alla via due si incrocino e senza dirsi niente comincino a menarsi.

Un futile motivo può dare il via ad una reazione a catena che porterà a qualcosa di serio, o magari è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Chi vi autorizza a giudicare futile o serio quello di cui non avete idea?

E ora, tanto per tornare a bomba sull’argomento. Avete sentito? Ci hanno preparato: ottocentomila persone in attesa di arrivare in Italia.
Ottocentomila.
Diamine: una popolazione che cambia la faccia di una città, come minimo.
Con la scusa di fare del bene, li portiamo qua, per tenerli un anno dentro ai centri accoglienza traboccanti, per farne manovalanza alla malavita, per far fare concorrenza a chi un lavoro non ce l’ha ed è rincorso da sanguisughe e truffatori minacciosi.

Ma se proprio li vogliamo, perché non mandare loro un bel traghetto, a prezzo accessibile (alla faccia degli scafisti e dei loro prezzi esorbitanti), e li portiamo tutti qua, comodi, accompagnandoli poi al confine che più gli piace?
All’Europa fa comodo che tutti i disperati vengano da noi, così ce la dobbiamo sbrigare da noi.
L’Europa è un altro di quei club esclusivi dove le rogne non si dividono, ma si rifilano allo sciocco del gruppo, mentre i guadagni sono sempre tra i quattro soliti.
Una fetta di quei migranti, specialmente di quelli morti in mare, è sulla coscienza dell’Europa: la Francia che chiude i confini e fa la gnorri, tanto per dirne una.
Una fetta di responsabilità per chi muore a causa di assassini disperati che non hanno niente da perdere e sfogano su di noi la loro follia è anche di quelli ‘lassù’.

A loro piace vedere un’Italia sempre più povera, sempre più somigliante a quella del diciannovesimo secolo, piena di predoni e di briganti, e con monumenti ed arte che vanno in malora?
Con buona pace dei ministri dei beni culturali, archeologici, enti impronunciabili e garanti vari ed eventuali.

Non era questa l’idea che avevo, quando in terza elementare mi facevano cantare una stupida canzone che diceva: “Noi formiamo l’ideale di un’Europa tutta unita”.

Poi uno non fa bene ad isolarsi: con amici come questi, che te ne fai dei nemici?

Ma qui sto a parlare di fatti di persone. Quando il limite non ce l’hanno neppure le istituzioni, davvero l’eco di “1984” di Orwell mi fischia nelle orecchie, davvero mi vedo immersa fino alla punta dei capelli in “Brazil”.
Non è fantascienza. Ci siamo già.

Io sindaco decido, dall’alto di un’autorità che non ho ma che probabilmente mi viene da Dio e mi è concessa da una popolazione con le anime allo stremo, di non far circolare mezzi con due ruote da qui a qui. E chi ha una bici o che possiede solo una moto si arrangerà. Intanto ho trovato un nuovo mezzo, l’ennesimo truffaldino, per fare soldi, e c’è sempre qualcuno che pagherà, anche se avrebbe il sacrosanto diritto di denunciarmi.

E, giusto per parlare di mezzi e automezzi, vi racconto cosa è successo ad una persona che conosco, ma scriverò come se fosse successo a me; si parla di automobili, e la mia scasso-mobile non ha a che fare con la tecnologia, se non quella dei cavalli vapore di Henry Ford. Ma per poter raccontare chiaramente la portata della faccenda, parlerò in prima persona.

Orbene, stavo viaggiando su un’auto usata ma tenuta in ottimo stato; non nuovissima, certamente, ma aveva il suo impianto CD e una serie di chicche deliziose, spesso facili da trovare nelle auto di marca Francese.

Ad un tratto il computer di bordo, che controlla tutto, mi dice che qualcosa nei programmi non va. Mi invita pertanto a fermarmi e a provvedere.
A me basta che il motore cammini e che i freni funzionino, così prendo atto della cosa, e continuo ad andare.
Il messaggio continua ad insistere, e viene ben presto affiancato da un ordine perentorio: ferma l’auto.
Come? In mezzo all’autostrada? In mezzo ad un via vai di mezzi pesanti in corsa? Ma sei scemo?
Il motore allora si spegne da solo, e la macchina inizia ad andare per inerzia e grazie alla pendenza della strada.
I freni non funzionano. Le luci si sono spente, il clacson è muto.

L’unica è non andare in panico ed affidarsi alla pendenza e al buon vecchio freno a mano, sempre meccanico e non computerizzato… e per fortuna!
Alla prima piazzola inchiodo e mando un messaggio disperato all’elettrauto. Che arriva dopo un po’, fa un abracadabra digitale, e la macchina riprende all’improvviso tutte le sue funzioni.

Ma chi ha progettato la deliziosa auto, si è preoccupato di mettere un vano apposta per gli occhiali e la chiusura automatica dei cristalli in caso di pioggia, ma non ha pensato che permettere al computer di insinuarsi anche dove non gli compete leva spazio alla volontà dell’utente. Il contrario di una comodità. Ed è un pericolo serio per la sicurezza.
Quando uno ha un’auto, vuole che cammini e che reagisca agli ordini di direzione e di movimento, nonché di frenata, e che magari faccia luce durante la notte.
Che senso ha dare la precedenza al computer e le sue bizze, quando l’auto ha il serbatoio pieno ed è in perfette condizioni?

Quando guido, vorrei decidere io se fermarmi e quando, non deve venire un anonimo caccaviello elettronico ad impormi questo o quello, no?

Qualcuno dall’alto pensa sempre di stare agendo per il bene supremo dell’utente ultimo e che le proprie decisioni siano sempre le più sagge del mondo, perché dettate dalla propria profonda voglia di amare il prossimo.

Non sanno che è tutta teoria: puoi sentire in cuore l’amore più grande del mondo, ma risultare una pessima persona o non essere in grado di comunicarlo. Gli adulti dovrebbero saperle queste cose. Ma la riflessione non è più di moda; fingere di sapere che differenza c’è tra sogno e realtà non ti rende automaticamente in grado di sapere esattamente cosa stai facendo e le conseguenze dei tuoi atti. Quando si progetta qualcosa, si dovrebbero tenere in conto queste cose.

Peccato che il progetto venga fatto DOPO aver deciso cosa fare, e quando l’opera è fatta, DOPO si decide cosa farne. E nella gran parte dei casi, resta incompiuta e risulta come un’altra cattedrale nel deserto: una discarica, un deposito di materiali, un ricovero per senza tetto e disperati vari.

Quando ho un oggetto tra le mani, vorrei che esso eseguisse i miei ordini, non che esso mi comandi. E la tecnologia non deve essere per forza ottusa: l’essere umano che la progetta può farla diventare capace di essere un ottimo compagno di viaggio, non un passeggero in competizione, rompiscatole e incapace di ascolto.

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