Mercanti di anime

La Germania non si fida: dopo la vicenda delle intercettazioni, i rapporti tra l’Europa e gli USA sono diventati gelidi.

Se era progettata una grande produzione di occhiali a realtà aumentata connessi alla rete, ora l’idea è stata arrestata: come ci si può fidare se si può essere spiati in casa con i propri stessi occhi?

Invece di investire in occhiali tecnologici, la Germania prepara importanti difese, reti criptate e uomini dei servizi segreti nei punti strategici del governo… e i richiami e le convocazioni di Obama verso la Merkel vengono di fatto ignorati.

L’America gioca sporco e dice baro a chi si difende.

E noi?

Beh, Napolitano ha messo a disposizione delle spie, manifeste o no, tutta l’Italia, fin dentro ai nostri calzini.

Ci stordiscono con un odio programmato verso il perfetto cattivone Tedesco, ci fanno indignare sulle sciocche e banali storielle del Presidente Francese… e ci fanno gioire se i nostri magistrati aprono un’ennesima inchiesta di cattivo gusto su Berlusconi; e ci fanno stare in ansia a comando per le proteste in Ucraina e altrove, dove ci tengono tanto ad entrare in Europa.

Intanto chi entra da clandestino in Italia viene a pretendere. Ma consideriamo anche che nessuno, clandestino o no, può essere lasciato ad aspettare più di un anno fermo in un sovraffollato centro d’accoglienza, senza sapere se entrerà o se tornerà in Patria.

Possiamo dire loro: – È così che funziona in Italia. Benvenuti! –

Ma questo non rende buono e giusto questo sciatto modo di trattare la vita della gente, Italiani e non, clandestini o regolari che siano.

Fanno grandi chiacchiere pompose sulla sacralità della vita umana, per farci stare in colpa, ma gli stessi che predicano questo, lasciano questi in deposito, a cucirsi la bocca e a protestare… inascoltati, se non per fare show.

E, cosa importantissima: r…g…sf…h….

La Rai si vede, si sente, si tocca…

…E si smaglia.

http://www.padovanews.it/rubriche/che-borsa-che-fa/195760.html

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Marchio registrato

Visto che qui in Italia i magistrati non hanno nulla da fare, si annoiano in un Paese giuridicamente facile come il nostro, hanno preparato un “Ruby  Ter”. A grande richiesta, immagino.

Quando al TG (uno a caso, fate un po’ voi) l’hanno annunciato, l’hanno fatto seguire a brevissima distanza, da una sviolinata sui generosi magistrati che hanno lottato contro la mafia e per questo hanno dato la vita.

Insomma, vorrebbero farci credere che Falcone e Borsellino siano non l’eccezione, ma la norma tra i magistrati.

Con questo giochino invece il messaggio che mi è arrivato è il triste monito:  – Un magistrato buono è un magistrato morto. –

Oh, non è una minaccia, ma un dato di fatto, quasi una logica, quasi una statistica.

Quando ne hanno bisogno, strumentalizzano l’immagine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, chiamandoli per nome, come fossero compagnucci di classe, e gli fanno un nuovo de profundis.

Ma non ricordano che furono accusati di prepararsi da sé i propri stessi attentati?

È una storia plausibile come quella in cui io chiamo qualcuno per farmi scagliare una miniatura pesante sulla faccia.

Adesso guardo la foto di Falcone e Borsellino e non penso più ai due magistrati morti per un ideale quale che fosse, ma penso alle loro memorie, così tirate con i fili, proprio come se ci fosse uno dei pupari che tanto hanno combattuto a comandare le loro immagini a bacchetta.

E mi fa venire i brividi.

Sapete, lo stesso effetto me lo fanno quelle belle pubblicità piene di buoni sentimenti, come quella della banca che non ti guarda né troppo dal basso, né troppo dall’alto… o quella della CocaCola, che tanto crede negli Italiani, un po’ come la catena McDonald, o quell’altra banca che mette insieme un video di un’orchestra che viene alla spicciolata a raccogliersi in una piazza, fingendo che non sia tutto preparato… o quella dell’energia che non si genera ma si rincorre (eh?).

Tutte queste vagonate di buoni sentimenti, più o meno acconciate ed infiocchettate, sanno sempre e comunque di fregatura, comunque le si guardino.

E quando richiamano alla memoria i morti, invece di pensare ai vivi, tipo i nostri Marò in India, allora so esattamente che non sono le menti vive a comandare, ma gli zombi.

Sa di minaccia a mano armata la nuova pubblicità del canone. Si ‘deve’, perché se non lo paghi tutta la TV, compresi i canali Mediaset, La7 e tutti gli altri saltano per aria. Perché, ricordate? La tassa è sul possesso di un apparecchio: che sia vecchio, scassato, nuovo di pacca… e soprattutto, che sappia o meno prendere i canali senza squadrettamenti e balbetii inconsulti e senza sparizione improvvisa dell’immagine, perché il decoder decide che il tempo di visione è finito (sic!).

Dunque, si deve perché si vede… Si vede, a meno che non passi sotto casa un tram, un autobus, un’automobile, una bicicletta, l’anziana vicina con il cane o solo il cane… Si vede a meno che l’aria non sia libera… ma non troppo, eh, eh!

I primi a saltare in aria sono sempre Rai1, 2 e 3… guarda caso. Eppure non c’è TG, non c’è programma, non c’è angolo in cui non si chiosi dicendo che c’è l’obbligo di pagare, perché se no gli ovvi 3 bambini per famiglia Italiana, la signora e il nonno, tutti impalati marmorei davanti alla Tv, potrebbero avere giusti istinti omicidi. 

Non si vede mai un uomo adulto davanti alla TV, solo un anziano, i bambini ed una donna… chissà perché…

Ma avete mai visto persone veramente così impalate davanti alla Tv?

La versione con la donna mi inquieta più delle altre, perché sembra pendere dalle labbra di quella che ha tutta l’aria di essere una fiction, una delle pessime fiction, di quelle che arrivano alla decima stagione.

Quelle, ricordiamolo, con dialoghi scontati, pronunciati da gente che ha sempre la lingua impastata e che non riesce ad aprire bocca, né ha abbastanza fiato per farsi sentire se non con la barra del volume al massimo; con storie sciacque di un’Italia che non esiste, di gente depressa che però pensa positivo, di cattivi ricchi e di fratellanze tra poveri che alla fine ottengono vendetta e giustizia, tutti con un pensiero bidimensionale, grigio ed uguale; quelli con storie d’amore tra bambini dell’asilo, trattate con lo stesso poco rispetto dato a quelle tra adulti; non si parla di politica, se non ambientata nel passato, e ci si crogiola in triti luoghi comuni che vorrebbero ricordare gli antichi fasti del Padrino o al massimo delle vecchie fiction dei tempi di Studio 1…

E potrei continuare.

Il punto è che oramai tutto fa brodo alla Tv per autoriverirsi, autoeleggersi nel cuore della gente, quando da qualunque parte si guardi non è diventata altro che intrattenimento. Anche il TG.

Mi ricordo di una notizia di molto tempo fa, ascoltata al TG1. Parlava di un esperimento genetico attuato su un gatto, un essere superiore quindi: al suo DNA era stato aggiunto un cromosoma di un particolare mollusco che brillava al buio.

Così pareva che in giro ci fosse un gatto fosforescente.

A prescindere se la notizia sia vera o no, e mi riservo di verificare, questa notizia non era a metà del TG, ma era alla fine, come chiusura; non erano malati di denaro da ricordare ad ogni edizione di pagare il canone, e non mettevano decine di servizi come questo per fingere che non ci siano guerre in corso, una crisi economica che sta mangiando la vicina Grecia e un inquinamento tale in Cina da non vedersi neppure da un lato all’altro della strada (e per metterci una pezza, hanno messo degli enormi tabelloni nelle piazze delle grandi città per mostrare il tramonto alla sera e l’alba alla mattina…).

Quanti gatti fosforescenti abbiamo visto nelle ultime edizioni?

Tg1 due e tre hanno praticamente gli stessi servizi, gli stessi speaker, le stesse immagini. Come se alla Rai fossero a corto di personale, o di notizie… o di personale che sappia raccogliere delle vere notizie.

Le uniche notizie che sappiamo sono quelle in gergo squisitamente tecnico di politica e di economia, e ogni giorno dobbiamo sapere se Papa Francesco si è soffiato il naso o no.

Oggi il papa ha messo le mani avanti con internet, come se Dio avesse avuto, nel suo disegno divino, l’idea prima di tutti. Comodo retroattivare le idee, no? Non puoi chiedere spiegazioni o controlli al diretto interessato!

In altri tempi la tecnologia era diabolica; in altri tempi la chiesa dissertava sul sesso degli angeli e su se le donne avessero o no un’anima.

Ma ora tutt’ad un tratto, ecco la novità. No, cari, non si è sbagliato Dio, ma il papa, che è infallibile… no aspetta, ridiciamolo daccapo, forza! Aspetta che leggo al contrario quel passo biblico, lo confronto con quell’altro del vangelo, lo mischio con un po’ di letteratura canonica, e vedrai che ne arriverò a capo.

Qui lo Spirito Santo è andato in vacanza da un pezzo. Lui.

Frane, smottamenti, fiumi che esondano a quanto pare non fanno più tanta notizia, ora che ne abbiamo in abbondanza da nord a sud, isole comprese.

C’è anche un terremoto strisciante a ricordarci tutti che la terra non è ferma e anche a stare in piedi non si sta del tutto tranquilli.

Non uno studio, non un’informazione un po’ chiara. Sappiamo solo che chi non prevede i terremoti viene condannato.

Un’altra brillante operazione dei magistrati, oh giubilo!

Tutti ora sono pronti a prendersela a morte con Renzi perché è entrato in contatto con l’Intoccabile, il Malvagione, il Satanasso in persona, il Terribile Silvio!

E chi era pronto ad applaudirlo, ora gli volta la faccia, come se non sapesse che ogni politico che si rispetti deve scendere a qualche compromesso.

Io per ora non mi pronuncio. Però so che Renzi almeno quando parla si capisce, e non riempie di parole l’aria, e che non mi provoca gli incubi minacciandomi con un Letta bis mentre mi sorride soddisfatto, cercando di persuadermi che un Letta bis è la mia salvezza urbi et orbi.

Forse è un bene non essere famosi, dopotutto: chi è famoso deve vedere la sua immagine usata ed abusata, magari in cambio di soldi… ma chi è già morto come può impedire che alla sua memoria si faccia questo sfregio?

La simpaticona per imposizione e il comico che non fa ridere

Dai tempi del primo look di Arisa, a quanto pare è diventato di moda, per un certo genere di cultura ‘giusta’ , promuovere modelli femminili che portino chiaramente addosso tratti di un qualche genere di handicap, più o meno ostentato, travestito da “sono una persona normale, come te”.

Avete presente quella tipa che si è presentata all’inizio dell’estate, quella che parla Veneto, con i capelli lunghi? Quella che canta ‘vieni con me’, che finge di divertirsi a far giocare i bambini? Quella che andava in giro per Venezia farfugliando delle parole al gondoliere, impegnata a creare un grande arcobaleno, come fanno ‘tutte le persone normali’? Sì, Chiara, proprio lei.

Beh, avete visto i tratti del suo viso? Dovrebbe denunciare il suo chirurgo plastico, perché in natura nessuno dovrebbe avere quella faccia… o almeno lo spero per lei: sembra che qualcuno abbia preso Photoshop e le abbia schiacciato la faccia, dimenticandosi di fare lo stesso con l’ovale del viso, così ora risulta una fronte spaziosa, degli occhi schiacciati, lunghi ed inespressivi, fissi ed inquietanti, e una bocca dalla minima mobilità.

E che dire della sua voce lamentosa e gorgheggiante, che fa diventare “Somwhere over the Rainbow” una canzone adatta più ad un trasporto funebre che ad una celebrazione dell’arcobaleno!

Quella che sto per criticare è l’idea sottesa in quello spot dove lei è protagonista, ciò che ha spinto ad usare quel modello di persona piuttosto che un altro (uno più normale, ma che fosse gradevole alla vista; mica cerco la solita modella scosciata!).

Sembra che punti su uno degli archetipi innestati nella cultura di coloro che sono nati con la TV: un pacifismo di mestiere, dove una ragazza può essere amica di tutti, e ha perciò la chiave per il cuore di tutti, nessuno escluso. 
Nessuno?
Tanto per cambiare, dalla bella equazione mi sento esclusa io; sono altresì certa che molti altri si sono sentiti come me, presi in giro oppure dubbiosi sulla veridicità di quella situazione così semplificata.
Avranno pressocché tutti in mente questa stessa tipa, che pensa di essere spiritosa e simpatica e che invece non è né l’una né l’altra cosa, atteggiarsi nuovamente ad amica del mondo moderno, “una di noi”, telefonando in giro per cercare una casa in affitto.

Tutti l’hanno vista declinare l’invito a dividere la casa con quattro maschi. Ma dite, maschi, davvero avrebbe corso qualche pericolo dividendo una casa con soli uomini? 
Sarebbe come invitare una giovane Rosy Bindi… dubito che avrebbe dovuto difendere il proprio onore, lì dentro, con tutta la buona volontà.

Così ripiega su una casa già occupata da quattro ragazze e un cane. La battuta di Mosè è la cosa meno stomachevole dell’intera scena, credete a me. 
La scena si apre su una casa tutta colori, dove tre occidentali ed una Cinese stanno vicine vicine su un bel divano; il tavolino è ingombro di giochi, come una scacchiera e altri giochi si società, messi lì a portare avanti lo stesso messaggio stucchevole e finto di fratellanza facile e di convivenza semplice.
Tutte le ragazze paiono avere il cervello in comune e non desiderare altro nella vita che trovare un’altra persona con cui condividere il loro idillio: sono tutte al telefono, come se potessero rispondere insieme, in coro, come i nipoti di Paperino…
Hanno negli occhi un’assenza e un’ostilità tipica di chi vorrebbe essere da tutt’altra parte, ma deve abbozzare, perché in fondo vengono pagate per fare quella scenetta caramellosa. 
E chiaramente la casa, l’intera casa, inizia e finisce con il divano, la parete con i quadri e il tavolino del tempo libero. 

Vivono a Milano ma hanno un amico Napoletano che deve ostentare di essere Napoletano, tant’è che si chiama anche Gennaro, e che è la parte comica dell’intera vicenda, stupido e babbasone come pochi.

Una persona come me, che trova le relazioni interpersonali di ogni natura e livello la cosa più difficile al mondo, come dovrebbe reagire?
Mi sento presa in giro. La realtà non è quella. 

Chiunque abbia mai diviso casa in affitto sa benissimo che è quasi impossibile che con gli altri si vada d’accordo, figuriamoci un’armonia del genere, tra questa persona che ostenta di “essere l’arcobaleno” e un perfetto “arcobaleno di razze” (curioso: dov’è la ragazza Afro?), disposte a dividere vita e spazi con una perfetta sconosciuta.

La ragazza “con il sole dentro” e le modelle (tutte uguali) non sembrano avere niente a dividerle, tant’è che quando c’è da fare una festa, si interpellano l’una con l’altra (come se ce ne fosse bisogno: hanno un unico pensiero in comune e un’idea alla volta) per invitare gente, nella loro sala conferenze di 4 metri per 5, l’unica stanza comune, con un solo divano.

Perché detesto tutto questo?

Non è solo la stupidità insipida di quella scema che sa perdersi in un parco attorno a Milano, domandandosi se è ancora in Italia, né che la stessa idiota tratti Gennaro come un povero mentecatto, facendogli una divertita ramanzina con voce nasale e sfiatata.

Lasciate che vi racconti quello che è accaduto a me. Una storia che già allora si dipanava da almeno tre anni.

Era un’epoca in cui pensavo che cambiare città e trovare una nuova compagnia sarebbero stati la medicina ideale per la mia vita piena già di abbandoni e di delusioni; non è facile per me amare le persone. Sono esigente, ma anche molto educata: non starò a lamentarmi se qualcosa non va. Se sono piccoli particolari, non ne farò parola, e sarei stata disposta a perdonarli a tutti, se in compenso mi accoglievano nel loro gruppo, e confidavo che con un po’ di tempo il loro gruppo sarebbe stato il mio.
E quel gruppo con cui andammo in vacanza in Puglia aveva già acquisito la difficile categoria di “nostro”: mio e loro.
O almeno era così che credevo.

Dividevamo una casa in affitto in un delizioso paesino di mare sul Gargano: eravamo in otto, e l’unica Meridionale ero io, ma nonostante questo la padrona di casa cercava di convincermi che Nord e Sud erano la stessa cosa. Può scommetterci, pensai.

Allora avrei fatto di tutto, anche buttarmi nel fuoco dieci volte, per quel gruppo: ognuna di quelle persone, con ciascuno i loro pregi e difetti, aveva un posto prenotato a caratteri d’oro e un pass speciale nel mio cuore. 

Per poter andare in vacanza con loro, avevo dovuto chiedere il permesso ai miei, perché non avevo uno spicciolo che fosse mio. Per mio padre non c’era stato problema, mentre da mia madre mi sentii dire solo di non intrecciare liaisons (allora manco sapevo che volesse dire, men che mai come si scrivesse…) e sto ancora aspettando che mi dia il permesso di andare in vacanza con quegli amici…
Per poter stare con loro, dunque, avevo dovuto superare un po’ di disagi di una certa notevole entità.

Quando sistemammo casa e pulimmo tutto (la solita bottigliona di plastica piena di olio per frittura sgomentò tutti i ragazzi del Nord…), cominciammo a fare il primo bucato.

I panni stesi erano stati messi a stendere da poco, che cominciò a piovere, nonostante fossero gli ultimi giorni di agosto.
Andai di corsa in terrazza e staccai la mia biancheria, lasciando quella degli altri; non avevo pensato di “poter” toccare quella altrui: erano cose private, dopotutto.
Il gesto fu notato da qualcuno, che mandò a dirmelo dalla organizzatrice. Mi sentii davvero male: avevano creduto che il mio fosse puro egoismo, e invece di dirlo direttamente a me, avevano mandato un ambasciatore a farmelo sapere. Né a chiedere perché.
Ma loro erano i miei Amici: spiegai letteralmente in lacrime, alla ragazza, la faccenda del pudore e della proprietà che vige nella mia famiglia, anche tra strettissimi consanguinei, e che il mio gesto non era affatto qualcosa da interpretare negativamente.

Pur essendo amici da tre anni, ancora mi trovavo a dover giustificare un mio gesto. 
Non ci feci caso, visto che non è detto che un gesto apparentemente ovvio venga interpretato correttamente; i loro errori di valutazione erano perdonabili.
Agli Amici perdonavo tutto. 
E non se ne accorgevano.

Dal giorno seguente, dunque, cominciai ad essere servizievole al limite dell’eccesso: mi si trovava ovunque. Se c’era da cucinare, da buttare il pattume, da stendere il bucato, da portare la spesa, da apparecchiare e sparecchiare la tavola, da lavare questo o quello e perfino da mettere il silicone sotto il piatto della doccia, io c’ero. Apparivo ovunque (sul terrazzo, in cucina, nelle stanze, perfino negli armadi), sempre contenta, sempre disponibile, sempre infaticabile: questo sono per gli Amici.

Pensavo che sarebbe stata visibile la differenza tra prima e dopo e che questo avrebbe compensato gli evidenti spigoli del mio carattere, spigoli che peraltro già allora avrebbero dovuto conoscere o almeno avere un po’ familiari.

La vacanza trascorse tra pochi bassi e molti alti. Il bilancio finale fu: un’esperienza da ripetere assolutamente!

Non avevo intrecciato niente, nessuna liaison (qualunque cosa fosse o come cavolo si scrivesse), e la mia più grande emozione era stata dividere con un certo ragazzo la siringona del silicone mentre riparavamo il bagno, e fare una passeggiata fianco a fianco a lui in spiaggia.
Il picco della mia gioia.

Non volevo altro, se non poter provare di nuovo qualcosa di simile, avvalendomi ora dell’esperienza maturata insieme.
Ora saremmo stati un “noi”, un gruppo affiatato e conosciuto.
Il futuro mi prometteva altre vacanze insieme, altre serate a giocare a carte, altre giornate a passeggiare per scavi, parchi, musei e spiagge. La vacanza ideale: un gruppo tranquillo di cui far parte.

Trascorse un anno. 

A giugno io già scalpitavo. Nessuno di loro aveva ancora accennato minimamente ad una vacanza. Nessun progetto, nessuna destinazione, nessuna idea. E il tempo stringeva.
Cominciai allora, e solo allora, a fare domande esplicite:
“C’è qualcosa in ballo per questa estate?”
La risposta più frequente era che non si sapeva niente.
Finalmente, dopo la mia insistenza proverbiale (avete presente Ciuchino con Shrek?) mi arrivò una vera informazione: 
“Quest’anno ognuno va per i fatti suoi”.

Bene… Beh, bene per modo di dire.
Mi dispiaceva molto, ma gli Amici possono fare quel che gli pare, e se quest’anno non ci si è trovati in tempo, pazienza: sarà per un’altra volta.

L’estate la trascorsi facendo esami all’università, litigando con la coinquilina che faceva feste in casa senza invitarmi e senza avvertirmi, occupando per tutta la giornata la nostra “enorme” cucina di 2 metri per 4, (e alla fine per la padrona di casa l’essere di cui diffidare ero io), e infine restando a casa con i miei, fino a settembre, quando è giunta l’ora di tornare.

Un sabato tutti gli Amici si sono riuniti a casa della coppia che aveva organizzato la precedente vacanza. Di solito giocavamo a carte, ma capitava di tenere la Tv accesa. Speravo dunque che quella che si stava presentando come un’ennesima serata Tv prevedesse qualche bel film e non quello squallido zapping per canali di spettacoli che risulterebbero osceni anche per la più disinibita delle porno-star, specialità della casa…

Non mi aspettavo che sarebbe apparso un DVD sul viaggio in Irlanda. 
Viaggio in Irlanda? Di chi?

Alcuni di loro si erano organizzati per andare una settimana in Irlanda. 
Possibile? A me avevano detto che non c’erano progetti in ballo per quella estate, e che ognuno si sarebbe organizzato per sé…
La giustificazione, che mi feci comunque bastare, era che il viaggio già dall’inizio aveva previsto la partecipazione di pochi e già affiatati.

Ma non lo eravamo stati l’anno prima?

Lasciai stare, nuovamente. Perdonai gli Amici, ingoiai un’altra delusione grossa, presi per difetto trascurabile un altro segnale terribile… perché non mi avevano detto la verità?

Per la cronaca, in quel DVD fatto in casa ma molto accurato, mi si nominava una sola volta, e solo nei contenuti speciali: avevo da poco preso la patente, ma nessuno sarebbe salito in macchina con me. 
Gli Amici si fidavano davvero di me, non c’è che dire! 

Da questo evento trascorsero ben quattro anni. 
Non siamo più andati in vacanza insieme. 

Avevo cercato, con grande circospezione, di avvicinarmi a quel ragazzo della spiaggia con cui avevo diviso il lavoro al piatto della doccia, ma alla fine quello che avevo scoperto di lui è stata una mazzata troppo forte da poter ignorare e far passare come un piccolo difetto di persona: non gli interessava me, si sarebbe messo con chiunque, per il solo fatto che era stato solo per troppo tempo.
Solo per troppo tempo? E che avrei dovuto dirgli io, che lo seguivo con discrezione dal primo giorno che l’avevo visto, e che ero stata capace di non rivelarmi per ben 6 anni?

Dopo che la verità del suo comportamento mi fu diventata troppo chiara e impossibile da sopportare, troncai con lui. Nessuno sa quanto dolore mi costò dover rinunciare alla persona che era riuscita ad entrare finalmente nei miei sogni.
Nessuno degli Amici se ne rese conto. 

D’abitudine pensai che se non gliene parlavo io, era ovvio che non comprendessero: che andavo a pretendere?
Ma ci conoscevamo da tanto tempo: com’era possibile che non avessero imparato a leggermi un minimo?

L’ultimo dialogo che facemmo di persona mi rivelò la verità: la ragazza con cui avevo parlato del bucato allora, faceva nuovamente la portavoce, per il marito stavolta. Il mio delitto? Aver detto chissà cosa ben sei mesi prima.
Così le mie parole, del tutto innocenti e in buona fede, avevano ferito l’animo sensibile dello stesso personaggio che era solito accendere la Tv su quegli spettacolini indegni e pensava di essere spiritoso dicendo che in mancanza di una palla, in piscina, avrebbe potuto usare le mie tette… e ci aveva messo sei mesi per farmi sapere che gli avevo urtato l’animo delicato, e me ne aveva informata per interposta persona.

Il mio cuore e la mia anima ne avevano abbastanza.
Ho lasciato il gruppo, ho abbandonato tutti. È come se l’avessi fatto io, senza motivo, comportandomi da mocciosa egoista e viziata. Ma la verità nascosta (perché è tutt’ora nascosta, nessuno me ne ha chiesto il perché) è che gli “Amici” non lo erano mai stati, e mi avevano abbandonato per primi già da tanti anni.

Non mi sono mai pentita di aver dedicato loro il meglio del mio amore e delle mie attenzioni, ma sono stata altrettanto soddisfatta da accorgermi della verità.
Solo che ora non sono più disposta a credere alle chiacchiere.

Se dopo tanti anni non siamo mai diventati tanto affiatati da essere veramente un “noi”, se non per convenienza temporanea, come faccio a credere al messaggio idilliaco e caramelloso di quel gruppo sintetico e falso che si vede in quello spot?
L’unica cosa di vero, in quella scena, è il cane. 

Purtroppo, pur cercando di non essere prevenuta verso la gente, non posso e non voglio privarmi di questo sesto senso, che mi rivela la verità, o almeno una parte di essa. 
Concedo sempre il beneficio del dubbio e molte possibilità di riscatto anche alla coinquilina che da dottor Jackyll diventa di colpo mister Hyde e mi maltratta in scioltezza, senza neanche rendersene conto.
La morte della convivenza è quando la coinquilina porta in casa il fidanzato e lo installa in casa. 
Come se portasse con sé un cucciolo.

Quando, dopo mesi di attesa che la grande passione sfumi un po’ e che si trovino un altro nido d’amore, le domandi come mai devi pagare affitto e bollette anche per lui; allora l’accusa è sempre l’invidia: visto che non porto gente in casa, devo costringere anche lei a fare lo stesso, e così lei si sente una ribelle, fiera ed eroica nel proteggere il suo “ammmore”.
Come se me fregasse un tantillo di chi o cosa viene in casa… A me importa che i suoi passatempi, di qualsiasi natura siano, non pesino sul mio limitatissimo budget, e che casa non venga presa come una garsonniere (non sono certa che si scriva così, ma sono certa di aver reso l’idea) o un albergo ad ore, dove io sono uno dei tanti mobili Ikea della casa.

Non appare a lei evidente come il suo moroso sia uno smidollato che la lascia sola a prendere le sue difese, e la interpella solo per cucinare e fare altre cose…
Appare invece che, se la regola era così da prima, io avrei dovuto avvertirla.

Oh, la bambina deve essere avvertita! Ma non era quella che teneva il ragazzo in casa more uxorio? 
Non è che poi avvertire serva a molto, eh, intendiamoci. 

In ogni caso, se non sei fatta in un certo modo, puoi concedere favori, dare aiuti anche sostanziali (come il sostegno alla preparazione di esami al conservatorio… già!), avere pazienza, sopportare che il bagno sia occupato per tutta la notte, avere le stanze comuni in perenne disarmo (come dopo una guerra) ed essere accondiscendenti quando si tratta di levare delle briciole che ho dimenticato e per cui mi ha chiamato dalla cucina, sopportare che un intero ciclo di lavatrice sia usato per un solo paio di slip…
Non è sufficiente. Non lo è mai. Io alla fine sono sempre il mostro.
Per il solo fatto di tenere la mia vita privata fuori dalle stanze comuni di casa, e di preferire invitare i pochissimi amici usando l’intera città e non una cucina piccola, stretta e pericolosa (vecchio impianto a gas: se non chiudi bene le valvole, compresa quella principale, saltiamo in aria).

Sono sempre il mostro, anche se sono io ad aver riparato casa quando qualcosa si rompeva. 
Sono io ad aver fatto da guida e supporto quando arrivavano queste matricole con la valigia e un’aria smarrita che certamente dovevo avere avuto anche io… solo che non c’era anima viva a vederla… Sono io che ho messo il mio nome per una rete internet di cui poi hanno abusato. 
Sono io che, finché ero utile da tenere vicino, ho trascorso intere serate tra gente che parlava fitto fitto in altre lingue, ed io restavo lì, paziente e perfino attenta, nonostante non afferrassi una sillaba che fosse una.

Quando smettevo di essere utile, diventavo un silenzioso mobile e poi, quando parlavo, un mostro odioso e invidioso.

Beh, ora sapete il perché di tanta acrimonia verso quella pubblicità.

Cosa c’è di peggio di un comico che non fa ridere?

Mi domando da un po’ perché i comici in Tv hanno smesso di far ridere. E’ proprio un fatto da analizzare.

Forse perché hanno cominciato a banalizzare le proprie battute, o forse hanno smesso di prendersi sul serio, o forse fanno dell’ “AVANZpettacolo” senza prepararsi a sufficienza, puntando solo sul pecoreccio, sulla battuta triviale e rozza, grassa da taverna.

O forse perché parlano più loro di politica, che Bruno Vespa… eppure la politica è stata la fonte di ispirazione di schiere di comici, dai tempi più antichi.

I comici non fanno ridere quando parlano per slogan, come se seguissero le direttive di qualcuno, che li tiene stretti tra parentesi censorie… dove non sono da cancellare e moderare battute sporche banali, ma la riflessione stessa.

Le persone ridono quando si riconoscono nelle scene che vengono esposte. Ma può essere che tutti si riconoscono SOLO e SEMPRE nei lati infimi e degradati dell’essere umano.

Solo in quelli?

Ci hanno presentato un mondo fatto di pezzotti porzionati, fatti per essere ingoiati d’un colpo, senza assaporarli né chiedere come diamine siano stati preparati.

Così le battute, così le persone.

Un comico che non fa ridere è un fallimento ambulante, una negazione di sé stesso, un grottesco gracidio scambiato per ironia.

È chiaro perché ci siano tanti e tanti nostalgici, la stessa Tv, che ripropone i Cetra, Alighiero Noschese, Aldo Fabrizi (che, per inciso, qualche genio ha scritto con due Z in “Techetechetè”), Renato Rascel e mille altri.

Mi domando i ragazzi nati nel 2000, che devono mai pensare di questo mondo che si guarda sempre indietro…

Tutti ‘sti vecchiacci che continuano a guardare la solita roba e non sanno farne di nuova, oppure che i bei tempi sono finiti prima che  fossero nati.

Non so se i ragazzini del 2000 le pensino davvero ‘ste cose… So però quello che penso io, e penso molto spesso che i bei tempi siano durati il tempo di fare un po’ di soldi. Poi la gente ha pensato che per mantenere il benessere non si dovesse lavorare: 4 insegnanti per classe, cento uscieri, portantini che portavano solo le sigarette, intere casse in banca e alla posta chiuse per ore… tanto che fa?

Ecco che fa.

Niente futuro, solo un passato che vorremmo si ripetesse. No, non si ripeterà.

Avete creato una generazione di mostri e non la volete guardare, non la volete sentire, non accettate la sua esistenza.

Sono stata cresciuta per un mondo, e mi ritrovo nel suo esatto opposto.

Non riesco a pensare ad alcun progetto, se non quello ESTREMO. Ma vi pare?

Devo rinunciare all’indipendenza, ai sogni, alla ricchezza e al successo, perché qualcuno ha deciso di ingrassare con i soldi altrui, senza mettere dei tappi nelle voragini che creava.

Ed ora sono io a farmi gli scrupoli di coscienza, se devo spendere un euro o è meglio stiparlo, ché tutto è troppo, chissà per quanto ci dovrà bastare…

Molte grazie a chi invece di prendersela con un sistema marcio da cima a fondo, si accanisce contro una e una sola persona, che per quanto anch’essa marcia possa essere, è l’unico che abbia mai proposto qualcosa.

Forse per finta, non saprei.

Ma degli altri mi fido ancora meno; di coloro che si sono stesi sul ceppo per dare l’ascia in mano ai magistrati, mi fido molto meno.

Io devo morire di ansia, mentre c’è chi pensa di essere superiore, eletto da chissà quale dio, e guarda dall’alto con soddisfazione lo scempio che ha creato.

Ci hanno venduto, i nostri politici, compresa la Bonino, che una volta era radicale, ed ora, chissà cos’è… forse si sente vecchia, e ha deciso che non le conviene più, e deve cominciare a mettere qualcosa da parte per l’inverno.

Dovremmo metterci nelle mani di Di Pietro che potrebbe vendersi la mamma per avere un piatto di lenticchie… e poi sentire lui e i suoi pari in toga parlare di Giustizia assoluta con la G maiuscola.

Io che so scrivere, devo stare alla mercé di chi non sa tenere una penna in mano.

Io che so che mentre i suoi avi ancora saltavano da un ramo all’altro, i miei già dissertavano di filosofia e di astronomia.

 Altro che tolleranza. Da un po’ io sto predicando la TROLLeranza…

 

Sono solo cartoni animati… o no?

Quando parlo dell’importanza del messaggio racchiuso nei cartoni animati, negli anime e in quelli ‘normali’, mi riferisco non solo alla censura, alle traduzioni improbabili, alla pronuncia di certi traduttori (che vedono H2O e leggono “accaventi” invece di “accadueò”, oppure vedono scritto “Boooh” e leggono “Boot”, perciò traducono “Stivali!”), alla continua lotta contro la parola ‘morte’, ma anche a ciò che essi dicono tra le righe, oltre la storia.

Tempo fa mi imbattei in un cartone animato fatto a computer, con la tecnica della Motion Capture, la stessa che si trova in videogiochi classici come “Prince of Persia”, “Another World”, “Flashback” e parecchi altri.

Il tutto fatto con una tecnologia molto superiore a quello che avrebbero potuto fare i videogiochi di allora.
Il design dei personaggi era molto accattivante (dal carattere ai visi, dalla personalità all’abbigliamento), ambientazioni piene di luce al limite del sogno, e la storia avvincente.

La trama, in breve.
In un futuro imprecisato, il globo terrestre si è spaccato in miriadi di piccole isole fluttuanti, dove i sopravvissuti hanno le loro dimore. Su tutti, governa la Sfera, un organo dittatoriale e profondamente iniquo. La Sfera è interessata a portare dalla propria parte, e con ogni mezzo, tutti i Seijin, delle persone dotate di poteri particolari.

Protagonisti sono i due ragazzi, Mahàd (fratello maggiore) e Lena (sorella minore), lui grande ed abile pilota spericolato dai riflessi Jedi, sebbene ancora un ragazzino, e lei potentissima telecineta in pieno sviluppo delle sue capacità.

Vivono tenendo nascosti i loro poteri, quando la Sfera riesce a scoprire la loro mamma, potente Seijin, e a rapirla; loro si salvano fortunosamente e in seguito conoscono il capitano Cortès, un pirata dell’aria, che combatte con atti terroristici e di sabotaggio la Sfera; i pirati di Cortès, a bordo di una aeronave, si occupano di salvare i profughi, di cercare la rarissima acqua e salvare i Seijin ribelli dalle grinfie della Sfera.

I pirati sono formati da gente di ogni parte del mondo: un Indiano che ha adottato un piccolo Cinese, Spagnoli, Inglesi, Francesi, Arabi…

Voi vi domanderete: e gli Italiani?

Qui sta la nota dolente. Non ci sono Italiani nella ciurma di Cortès.

Il primo Italiano che incontriamo è perfettamente individuabile, perché è l’unico chiamato solo per cognome, Fratucci.
Costui è scuro di capelli; diversamente dagli altri, non veste in tuta ma con un’elegante camicia nera, pantaloni in tinta e una blusa blu. 
E viene subito dipinto come un fanfarone, traditore, pallone gonfiato e pusillanime.

In un’occasione, Lena si trova a doversi rifugiare su un’isoletta dove stanno preparando una festa paesana: una bella piazzetta circondata da case molto carine, piene di scalette e finestre, un ambiente tipicamente Italiano; ad un certo punto una nave della Sfera con una dei loro feroci Seijin sbarca sull’isola, convinta di avere la ragazzina in pugno. 
Fratucci immediatamente la mette sulla buona strada, servile fino all’eccesso, mentre Lena deve scappare.
Quando, con un trucco di un pirata di Cortès la ragazzina ne esce sana e salva, allora Fratucci fa tutto il simpatico con lei, giurando e spergiurando di non volerla tradire, ma di avere architettato tutto.
Lena se ne va via, risparmiandosi la fatica di spedirlo in orbita, mentre tutta la gente del paese non gli da retta e lo lascia solo a fare un comizio nella piazza ormai vuota. 
Ma nessuno di loro ha alzato un dito per salvare la ragazzina. Hanno solo assistito alla scena.

Ecco quello che passa in un cartone animato. Dalle premesse, sembrava che il messaggio fosse di fratellanza tra i popoli, contro la tirannia e la privazione della libertà. 
Ma a quanto pare è anche che ci sono popoli di serie A e di serie B, e di quelli di serie B non c’è da fidarsi.

Sapete, non nasce dal niente quella poca considerazione che si ha degli Italiani: i vari voltafaccia in tempo di guerra e perfino la faccenda di Gheddafi, con cui avevamo stretto amicizia, per poi mandargli i soldati addosso su ordine dello zio Sam, non sono rari.
E ogni qual volta abbiamo fatto il muso duro, che so, a Sigonella (e tutto orchestrato dal tanto vituperato Craxi) tutto il mondo s’è indignato, perché, coOome! voi Italiani, di solito proni e condiscendenti, ora alzate la testa e vi ergete a padroni di casa vostra?

Non so, poi, se avete notato: nel 99% dei casi, in letteratura, nei film e in ogni genere di racconti seri, se gli Italiani non sono i malvagi o i mafiosi (come non ricordare quel film in cui avevano dato ai mafiosi nomi come Provolone, Maroni e perfino Falcone…-_-), essi sono i primi a morire.

Guardate bene il prossimo film o libro che vi capita: se non c’è “il povero negro” che muore per primo, allora sarà un Cinese o un Giapponese; in mancanza di queste due categorie, allora sarà l’Italiano a morire per primo. 

Tutti i sopravvissuti, rigorosamente con cognome Anglofono, lo commemoreranno, per i primi due minuti della sua morte, ma poi finirà nel passato.
È quasi matematico: quando uno dei primi personaggi che vedete ha un cognome Italiano, ha pendente sulla testa una condanna a morte praticamente certa.
Se c’è un Afro, probabilmente l’Italiano se la caverà, e forse anche se c’è un Asiatico… ma se è solo in un corridoio in penombra, sarete certi che l’assassino lo farà a fettine e ce ne libereremo presto.

Da quel momento, la serie Skyland l’ho vista con altri occhi. Non dico che tifavo per la Sfera, ma non sentivo più tutto quel trasporto per i pirati dell’aria, per Cortès e il suo vice Afro, per il piccolo genietto Cinese e il suo maestro Indiano… cercavo invece, là sullo sfondo, un ragazzo bruno con una camicia nera con un grande colletto, un maglione blu e pantaloni alla moda, e speravo in un suo riscatto… magari morendo per la causa, giusto per cambiare.

Per riscattarsi, gli Italiani devono sempre pagare con la vita, no? O con l’anima, che forse è lo stesso… o forse è peggio.

Non ho trovato altri che polemizzassero contro “Skyland”, anche se non è più
apparso in TV da allora; allo stesso modo, quando i fan Italiani del Dottor Who
devono sentire affermare dal Dottore che la prima telefonata della storia è
quella di Graham Bell e non quella di Antonio Meucci, e non dicono niente,
siamo già ad uno stadio avanzato della sottomissione.

Una memoria vera e solida del passato ci faceva star strette le catene; ora uno
scrolla le spalle, se anche se ne accorge, e continua a girare attorno alla
macina, nella completa indifferenza di ogni istituzione, a partire dal
Presidente della Repubblica che elegge altri 4 senatori a vita, fino all’ultimo
capozziello di quartiere.

Quanti anni hanno le Winx?
Apparentemente una domanda scema, ma lasciate che mi spieghi.

La prima serie è iniziata nel 2003, perciò le nostre fatine made in Italy hanno 11 anni, ed ora siamo, se non erro, alla sesta serie, con un radicale cambiamento di tecnica d’animazione, nuove trasformazioni, nuove storie.

È una serie chiaramente ispirata a Sailor Moon e a tutte le svariate maghette che si trasformano, provenienti dal Giappone, ma non hanno per niente la delicatezza e la compostezza delle loro cugine del Sol Levante. 

Inoltre, dalla prima puntata della prima serie, conosciamo chi e cosa ha ispirato la scuola delle fate: Harry Potter.
E le citazioni da film e da libri si sprecano, sia a proposito che a sproposito. 

Qualcuno dello staff del cartone avrà fatto il liceo classico, per cui sappiamo bene fin da subito qual è la caratteristica della Principessa Amentia o come sono gli abitanti di Andros, la caratteristica del pianeta Oppositus eccetera.

La mia domanda però è sui personaggi: le Winx quanti anni hanno?
Non è una domandina da niente, fidatevi.

All’inizio della prima serie, conosciamo Bloom, la fatina dai capelli rossi, cresciuta sulla Terra, e fata inconsapevole, destinata a sapere la verità su di sé e a scoprire di avere poteri enormi, perfino superiori alle sue compagne, che avevano sempre saputo di avere poteri magici.

Ha sedici anni; conosciamo Mitzi, la perfida compagna di scuola… o ex compagna di scuola… non viene mai specificato.
Dall’aspetto è ben adulta, non vi pare? 

Dobbiamo aspettare qualche serie successiva per poter avere conferma che Bloom ha finito il liceo, per poi continuare alla scuola delle fate.
Allora sono adolescenti o adulte? Non possiamo saperlo ancora se non ci soffermiamo sullo stile grafico con cui sono disegnate.

Lo avete presente?

Sono tutte magrissime, dalle forme spigolose: vita sottile, costole sporgenti ad evidenziare il seno, collo sottile e brevissimo sotto una testa la cui circonferenza è molto più grande della vita, fianchi larghissimi, braccia sottili e lunghissime, mani a stecchini, gambe da gru, caviglie spasmodicamente evidenziate, sorrette da piedi perennemente calzati in tacchi altissimi (perfino alcune pantofole delle nostre fatine hanno un tremendo tacco 12…). 

I visi hanno tutti un naso minuscolo, avvicinato al massimo ad una bocca carnosa e sempre ‘rossettata’, sotto degli occhi enormi, chiaro tentativo di scopiazzare dallo stile manga, che, in genere, privilegia gli occhi da Bambi (grandissimi).

Se le figure sono tutte identiche, le differenze tra le varie fatine sono affidate ai colori dei personaggi e alla forma dei loro occhi.

Così Musa è certamente Asiatica, anzi, Cinese, sebbene venga da un pianeta chiamato Melody; Aisha è Afro, con delle labbra gigantesche; Flora è scura di pelle ma bionda, perfettamente riconoscibile da Stella (e non solo per l’aspetto: sebbene molto potente, la principessa Stella di Solaria dimostra molto spesso di avere il cervello di un sonaglino, come, ad esempio, quando sta esplorando un pericoloso palazzo di cristallo per compiere una cruciale ordalia, si domanda se lì dentro ci siano centri commerciali…); Tecna ha i capelli corti fuxia naturale, e almeno cerca di vestirsi un po’ di più delle altre… perlomeno nella prima serie; infine c’è Bloom, rossa di fuoco e protagonista principale indiscussa di tutte le prime serie.

Sono identificabili, come le Spice Girls, dalle loro caratteristiche: Aisha è la sportiva, Stella è la diva, Musa è libera, Flora è romantica, Tecna è la logica. Bloom, siccome è la protagonista, è quella più difficile da definire, perché il suo percorso di crescita è molto più complesso di tutti quelli delle altre messi assieme.

Ora, tutte queste sono fatine.

Perciò il target del cartone animato delle Winx è quello delle bambine, dalle piccoline dell’asilo, fino a tutte le elementari. Fino ai 12 anni, più o meno.
A chi dedicare un personaggio fatato, se non alle bambine?

Eppure, osservate come si abbigliano e ai gesti sgraziati che hanno, soprattutto nella rozzissima storica prima serie; fate caso che se nella prima serie si accettava di buon grado che Flora non avesse il ragazzo, poi con l’avvento di Aisha, tutte si sono dovute mettere in riga, perché “nessuna doveva restare da sola”.

A Flora hanno creato un ragazzo che è più incredibile di un unicorno: sa leggerle nel pensiero. Scrive poesie, sa dirle la parola giusta sempre, non è mai grezzo, non ci si litigherebbe neppure a farlo apposta. E anche il nome che gli hanno dato è piuttosto improbabile, proprio per sottolineare quanto egli stesso lo sia: Helìa.
Ad Aisha, uno stregone buono, che prima l’aveva seguita di nascosto, e poi le si era rivelato, chiedendola poi in sposa, ricevendo da lei un’immediata risposta positiva: una coppia perfetta di innamorati perfetti.

Tutte “devono” avere un ragazzo, tutte “devono” avere l’ombelico scoperto, “devono” portare tacchi creati dallo stilista più misogino di tutta la dimensione magica, tutte “devono” essere magre, tutte stilose (e solo l’uso di questo aggettivo mi fa accapponare la pelle…), tutte col capello scolpito, come appena uscite dal parrucchiere, e tutte seminude, pure nella dimensione Omega, un luogo naturalmente ostile alla vita.

Il target è quello dai 5 anni ai 12, ma le nostre fatine partono, durante la loro prima avventura, dai 17 e i 18 anni in poi, cosa che oggi farebbe avere loro quasi trent’anni…

Se solo si abbracciano, sembrano suggerire qualcosa di equivoco, proprio a causa del loro design esasperatamente longilineo e spigoloso.

Per sottolineare che l’ispirazione era delle fatine e delle guerriere Giapponesi, non solo hanno copiato gli occhi, ma si sono opposti fieramente al loro aspetto infantile e ingenuo (Bunny, se non era nei panni di Sailor Moon, non ha mai indossato gonne corte o scoperto l’ombelico; ha accennato un azzardo trasformandosi con il gadget, ormai andato in disuso, “Penna Lunare”, con cui cambiava aspetto, e tutti i personaggi hanno puntualmente notato l’esagerazione).
Se “in borghese” le guerriere sailor sono in marinaretta, oppure in camicetta e gonna larga, piene di fiocchi e di accessori, le nostre Winx sono decisamente proiettate, quasi con ferocia, al mondo adulto.

Per parare in corner, hanno inventato le Pixie (a cui è stata dedicata perfino una serie autonoma).
Le Pixie hanno anche dei compagni maschi, ma sappiamo come esse nascono grazie ad una puntata particolare: vediamo un grosso fiore che, oplà, ne partorisce una ogni tanto. Le fatine maschio non hanno molto senso. D’altra parte le Pixie non crescono… se una Pixie è una bebè, lo sarà per sempre.
Sono piccole, bambolottose, fatte per essere coccolate come delle vere bambole… da bambine, insomma.
E infatti presto sono state archiviate, per fare posto ad altre mascotte, del genere che non sta sempre appresso alla sua fata, ma appare solo quando è utile.

Insomma, tutto questo per dire che la dimensione infantile, a cui è dedicato il cartone delle Winx, da esse stesse viene di fatto negato.
Abbiamo solo qualche fugace flashback di una piccola Bloom, della piccola Mirta (la fata-strega a metà tra i mondi, anch’essa del tutto dimenticata), e delle piccole Icy, Darcy e Stormy.

Un tempo passato, lasciato andare, e per ammissione di Stella, da dimenticare, per via del fatto che la superbellissima tra le Winx da bambina era tonda e bruttarella… il che poi viene smentito qualche serie dopo. La bruttezza è abolita nelle Winx.
Chiudiamo questa brutta infanzia nel cassetto, e andiamo a fare shopping!

Un cartone che nega l’infanzia non è un prodotto innocuo.
Un cartone dove il buon gusto e la grazia dello stile Giapponese vengono tagliati via perché infantili, per fare posto a gesti scomposti, a brutte immagini dall’equivoco facile, non mi sembra da lasciar perdere.
Un cartone che nega il passato solo per un problema estetico, non mi pare dare un buon suggerimento.

Io non sto dicendo che sarebbe da censurare: vi sembra che ne parlerei così diffusamente se non l’avessi visto tutto e tante volte? Qualcosa di buono c’è, certamente, se no non ne avrebbero fatto sei serie, per 11 anni di fila.

Le storie sono carine, anche se molto slegate tra loro. La prima serie avrebbe dovuto concludersi da sé, come ogni primo capitolo che si rispetti. 
Molte premesse vengono cambiate dal salto da una serie all’altra, ignorate, oppure mutate in corsa (il Charmix non serve più, le fate che prima dovevano mantenersi segrete ora devono rivelarsi agli abitanti della Terra, le scuole di fate ora sono due e non solo Alfea, le streghe diventano ‘buone’, i cacciatori di fate spuntano solo al momento opportuno sebbene abbiano fatto danni per secoli, Roxy sparisce com’è sparita Mirta, perché non serve più…).
In fondo un cartone dev’essere divertente, e lo è, ammettiamolo.

Tuttavia quello che non va è il messaggio sotterraneo: il modello suggerito da queste sei stangone è quello di diventare come loro, cioè adulte in fretta. Possibilmente, imitandone gli abiti e le movenze, che è ciò che arriva per primo alla mente dello spettatore. Anche a me, che ho cominciato a vederle da adulta.

I messaggi positivi sono dati a profusione, alcuni anche dalla lettura assai complessa: non tutti sarebbero d’accordo con Tecna quando riferendosi all’attacco dei mostri, li giustifica: “Lo facevano solo perché gli è stato ordinato!”

Esortazioni al coraggio, all’altruismo, al rispetto della natura, alla comprensione e all’amicizia, anche dopo furiose litigate, sono numerose e puntuali; i dialoghi tra ragazzi spiegano alcune cose della psicologia maschile, certamente, anche se di certo non proprio tutto… e le scenate di gelosia di Riven sono un’opera d’arte di ottusità!
Per non parlare del Frutti Music Bar dove non si vendono alcolici… niente di più sano, anche se molto improbabile.

Eppure vediamo passeggiare nelle strade della città di Gardenia (pianeta Terra, casa di Bloom, vagamente localizzabile nel Regno Unito) decine di ragazze vestite da discoteca, ma in pieno giorno: top che lasciano la schiena nuda, gonne inguinali, zeppone sotto i piedi, e la stessa Mitzi che gira con uno spacco quadrato più che eccessivo sulla maglietta. 
Per fortuna gli anziani e i bambini hanno dei veri abiti addosso, e lo stesso vale per i genitori delle rispettive fatine. 

Questo scenario suggerisce che la bellezza si esplica scoprendosi, prima di tutto.
Negazione dell’infanzia e scoprirsi per forza.

Non vi viene in mente niente?

Lungi da me fare la Vera Slepoy della situazione: come non dico che Sailor Moon fa diventare gay (e all’epoca di ‘sta sparata, non erano ancora apparsi i Sailor Stars…), allo stesso modo non dico che le Winx fanno diventare delle baby cubiste o delle baby squillo.

Tuttavia sono solidale con quella mamma che ha impedito alla figlia di 5 anni di vedere le Winx, con la promessa che le avrebbe viste da più grandicella, magari in DVD, e con una base di modelli molto più solida.
Alla mamma in questione non erano sfuggiti gli abiti succinti, (che in verità apparivano, in modo molto più soft e in situazioni chiaramente non equivoche, anche in Sailor Moon); ma per la mamma in questione il problema peggiore era il fatto che tutte le Winx avessero un ragazzo, senza possibilità di un modello differente.

Per differenziare il modello, in effetti, hanno ucciso il povero Nabu, e non l’hanno mai più rimpiazzato né riportato in vita…

Ora possiamo scegliere: cinque “appaiate” ed una condannata alla vedovanza perpetua. 

Insomma, i modelli sembrano tanti: colori, interessi diversi, persone diverse… ma alla fine la conclusione per tutte è la coppia, e solo la morte può decretare un destino differente.

Esortare delle bambine dai 5 ai 12 anni ad avere un ragazzo per forza non è sano.

È la versione a cartone animato della stupidissima domanda della zia, che, rivolgendosi alla nipotina che gioca con i pupazzetti, le chiede: – E tu ce l’hai il fidanzatino? –

Come se una bambina che sta scoprendo ora le mille meraviglie del gioco e dei giocattoli, dovrebbe mollare tutto per interessarsi alla coppia. 
E non all’amichetto, ma al “fidanzatino”, che sa anche di volgare: rende quasi una cosa seria, un patto, quella che tra bambini è solo una grande amicizia (peraltro più unica che rara, visto che fin da subito i bambini si dividono più o meno naturalmente per genere).

È a sua volta la versione della altrettanto stupida domanda: – A chi vuoi bene, a mamma o a papà? – E giù a rompere, se il malcapitato infante risponde “A tutti e due”.

Meriterebbero che il ragazzino interpellato rispondesse: – Non sono c@££: tuoi!! –

Comincia, dunque, da molto presto la pressione su questi bimbi, per la ricerca di una persona con cui stare, a prescindere che siano abbastanza maturi o no, o che sappiano o meno cosa implica dividere la vita con una persona che si ama.

È questa caratteristica che odio nelle Winx, ed è la stessa degli adulti che fingono che i bambini non siano altro che adulti in miniatura.

I bambini non sono adulti, né sono fessi. Non sono giocattoli con cui prima divertirsi a sfotterli, e poi gettargli addosso queste richieste apparentemente innocue.

Un bambino che si renda conto di NON stare cercando una ragazza, penserà di essere sbagliato, di avere qualcosa che non va, o anche di non stare compiacendo la zia o la mamma, o l’intero mondo degli adulti.
Penserà che da lui si aspettano questo… perciò sarà forzato ad assecondare queste richieste.

Ma se ai maschi non vengono propinate scelte obbligate anche nei cartoni (ad uno dei protagonisti di Yugi Oh, a Ben Ten o ai Gormiti non viene chiesto di cercarsi una ragazza… tant’è che l’unico Gormita Femmina, quello dell’aria, non esiste neppure più…), alle bambine invece vengono servite fatine guerriere, che però, bada ben bada ben bada ben, non dimenticano CHE COSA sono, e perciò sanno cercarsi anche un ragazzo.

La pressione sulle femmine diventa doppia. E, se non sono destinate dalla natura a non crescere come le altre (implicando altre riflessioni molto gravi), faranno di tutto per evidenziare il loro essere adulte, scoprendosi, truccandosi e cercando tutti i modi per attirare i maschi… generalmente più grandi di loro, perché i loro coetanei magari sono timidi o stanno ancora correndo dietro all’ultimo pupazzino della loro serie animata preferita.

Le ragazzine che vogliono sembrare più grandi attirano, certo che attirano!
E queste ragazzine si sentono potenti, desiderate… non certo usate. Si sentono delle eroine che hanno la chiave per avere in pugno il mondo… non sentono incombere su di loro il pericolo di qualche protettore che potrebbe sfruttarle, o di qualche sadico che potrebbe usarle in modo non troppo piacevole.

Felici di essere usate, felici di attirare i ragazzi, hanno compiuto la loro missione. Finalmente si sentono donne.
Si sentono donne solo con un uomo molto più vecchio di loro che le concupisce.

Alla faccia delle lotte femministe, dell’indipendenza e dell’intelligenza delle donne.

E l’ultima serie delle Winx non l’avete vista?

Le nostre fatine si trasformano tutte allo stesso modo, ora, e per hobby vanno a pulire le spiagge di Gardenia, senza guanti né protezione, e favoleggiano di tecnologia verde che vada a vento e ad energia solare… tecnologie imperfette, buone solo per accendere una lampadina da tasca, per il momento… e più che combattere contro la magia malvagia, combattono contro l’inquinamento, proponendo soluzioni disoneste: far SPARIRE il petrolio.

Eh? Sarebbe questa la soluzione mirabolante?

La natura non è quella benevola di Flora delle Winx, ma è più quella selvaggia di
Tarzan… solo che non è detto che il cucciolo d’uomo sopravviva, soprattutto
se gli viene impedita ogni difesa e ogni fiducia in sé o in chi dovrebbe essere
la sua guida.

E peraltro combattono contro un nuovo cattivo le cui idee sono più piane di una lastra di ghiaccio. Se il design è migliorato, le idee si sono ridotte e ridimensionate, per diventare solo una serie di ammiccamenti all’ecologia e alle energie alternative.

È questo che mettono in testa alle nostre bambine, e ai bambini maschi per i quali sono state da tempo sdoganate? (Nessuno più ha, o dovrebbe avere, dei cattivi pensieri se il proprio figlio maschio, invece di staccare la testa alla Barbie della sorella o schiacciare la testa del povero Cicciobello, ci gioca, esattamente come farebbe con i bravi vecchi Masters di un tempo).

Poi c’è Peppa Pig.

A me fa davvero pena che ai bambini vengano proposti dei cartoni animati noiosi,  pieni di messaggi politicizzati, dal design bidimensionale anni ’40 nel tempo del digitale (avrei odiato Peppa anche da bambina, poiché detestavo ferocemente cartoni come i Barbapapà).

Ma, per favore, spiegatemi perché un’associazione che si dice seria debba accalorarsi tanto per l’uso di animali come protagonisti di favole.

Per quanto insipida e stupida possa essere Peppa Pig, non è certo il primo suino che intrattiene i nostri bambini.
Io ricordo con grande affetto Porky Pig, Miss Piggy, Petunia, i tre Porcellini (che peraltro in casa tenevano, come foto del padre, un poster di una gustosa fila di salsicce…), il suus sapiens Paige (“Beyond Good and Evil”, un bel videogame) e svariati pelouche e salvadanai che hanno accompagnato finora la mia vita.

Secondo questa associazione, che evidentemente pensa che Peppa Pig sia il male peggiore del nostro Paese, i genitori dovrebbero distogliere i ragazzini e i bimbi dalla visione della rosea maialina, non perché le sue storie sono fatte per livellare le menti e per ammaestrare i pargoli alla mediocrità o perché ci sbattano in faccia la nostra ignoranza Italica, ma perché NON mostrano la vita reale dei maiali di allevamento.

Ma allora, perché i signori dell’associazione di Pinco Pallino, quali essi sono, non intraprende una crociata con la Warner Bros o con la Disney, tanto per fare qualche nome, invece che con i misconosciuti e francamente noiosi Mototopo e Autogatto (che se in Italia li hanno visti in 40 è già un miracolo…)?

Vi sembra serio che un’associazione, magari finanziata dallo Stato, perda tempo a prendersela con Peppa Pig e il fango in cui ama sguazzare?

Una favola! È solo una favola, santo Dio! 
Da bambini ci siamo cibati di cartoni ben peggiori, perché non crediate che tutto quel che proviene dagli anni ’70 e ’80 fosse oro!

È come Umberto Eco che se la prende con Superman, peraltro con una grande proprietà di argomentazioni e di linguaggio, degni del grande scrittore che è, ma assolutamente inutile.

Perché uno deve scagliarsi contro i personaggi delle favole, in favore della “triste” realtà dei macelli e degli allevamenti intensivi?

Allora vogliamo abolire, che so, le favole di Fedro? La storia dell’Asino di Apuleio?
Da sempre le metafore si avvalgono di animali parlanti che rispecchiano le caratteristiche umane. 
Questi componenti dell’associazione non hanno mai sentito parlare di metafore, evidentemente; a scuola non ci sono andati, se non per fare i ripetitori tanto amati dai professori, per registrare e per fare la spia contro i compagni di classe. Erano quelli che da bambini avrebbero chiamato “l’Immobiliare punto it” invece di andare a giocare.
Se dai loro un cucciolo da accarezzare, faranno come Monti o Saccomanni: lo terranno in braccio, ma in pieno imbarazzo. Non sapranno che farci!

Al posto delle favole con animali parlanti, seguendo il consiglio dell’AIDAA, possiamo metterci una bella “Università Bovina” (citazione dai Simpson), dove le mucche si laureano, per diventare ottime bistecche. E che non vengano omessi i colpi, i rantoli, gli schizzi di sangue, perché i bambini non devono mica ridere per Peppa e le sue avventure, ma devono morire di paura e avere terrore della carne che la mamma mette loro in tavola!

I bambini hanno tutto il tempo per decidere se diventare vegetariani e hanno il diritto di non essere spaventati gratuitamente da qualche sciocco e nullafacente ben pensante, che una volta, mentre era intento a non fare nulla, ha acceso per caso su Peppa Pig.
E vorreste mica vedere dei bimbi rachitici perché non mangiano più carne nel momento culminante della loro crescita?

Io, che detesto i Barbapapà da quando li vidi la prima volta a 7 anni, potrei avvalermi di un’associazione come l’AIDAA per sparare a zero contro dei mostri mutaforma, dal sesso incerto, che inglobano, mangiano, emettono e penetrano qua e là, e dirne tutto il peggio possibile.
Ma non vedete quanto sarebbe sgradevole e forzato?

Invece di approvare i cartoni che mostrano gli animali antropomorfi, differenti sia da quelli da cortile sia dagli umani, perché da essi si possa immaginare qualcosa di diverso dal grigio mondo reale, questi gridano allo scandalo: vogliono sensibilizzare e politicizzare i bambini, inquadrandoli già, dicendo loro che anche un cartone sciocco come Peppa Pig non deve essere visto, ordinando ai genitori di cambiare canale o spegnere la TV.

Sapete, avevo uno zio che faceva così: entrava in salotto, dove avevamo l’unico televisore di casa, si metteva davanti allo schermo, premeva la bottoniera e cambiava canale, interrompendo il cartone a metà. “Ma quello lo stavo guardando!”, protestavo.

Magari doveva vedere il TG, per una notizia importante… magari c’erano le partite… magari una cosa qualsiasi per cui valesse la pena. Ma era comunque un gesto sgradevole e arbitrario.

Come chiudere il libro ad uno mentre lo sta leggendo, o schioccargli le dita sotto al naso mentre sta cercando di riordinare le idee…
Questo provocherà solo malumori, e non ci sarà ragione altissima o morale superiore a far calmare le proteste dei ragazzini a cui avrai levato di bocca quel che gli piace.

Ordini dall’alto, come se spegnere il cartone di Peppa Pig fosse un comandamento venuto da Dio in persona… solo che è venuto invece da un branco di grigi nullafacenti, distaccati dalla realtà e che credono di educare la gente chiudendo loro gli occhi, le orecchie e mettendo a tutti una grossa cintura di castità.

E che diritto hanno di farlo? Chi sono, i Padri supremi? Il Grande Fratello in persona? Il Papà Doc della situazione? Un bel dittatore ex novo? Chi cavolo li ha eletti? Chi li vuole?

Ragazzi, fate vedere Peppa Pig, se credete, ai vostri figli o ai vostri genitori, ma sempre tenendo acceso cervello e senso critico. Non sarà certo una maialina bidimensionale a far perdere la gioia o la fede ai vostri bambini.

State attenti a queste eminenze grigie e ai loro stupidi diktat e non lasciate mai troppo da soli i ragazzini davanti ad uno schermo, che sia del PC o della TV.
Leggete qui questo articolo assurdo, se vi va. “Guarda e passa”, faceva dire Dante a Virgilio.
http://m.leggo.it/articolo.php?id=424037

 

 

 

 

 

Guidati da ☢Paura☢ e Senso di Colpa

Al politico di turno siamo soliti dire: “Tu hai comprato una villa e fatto decine di viaggi, mentre c’è gente che non arriva a fine mese!”

Siamo tutti d’accordo che un personaggio che spende e spande sottraendo i risparmi fondamentali di una famiglia è degno dei migliori insulti… e se esagera, anche peggio.

Tuttavia, guardiamo bene questa frase: un politico che spende e spande allora dovrebbe essere giustificato se lo fa mentre tutta la popolazione è agiata, fa tre vacanze l’anno e compra un telefonino nuovo al mese?

No, certo che no.

Quello che si dovrebbe specificare è che un politico è una persona incaricata di un certo ruolo, e in base a quel ruolo, indipendentemente da come sta la popolazione che lo ha incaricato, deve assolutamente evitare di trovarsi in torto. Non può in alcun modo sfruttare per sé l’invidiabile posizione ottenuta.

Non deve rubare neppure 10 centesimi, né se sono fondamentali per il povero, né se sono i bottoni per la giacca del bambino ricco.

In entrambi i casi non si dovrebbe sottrarre il denaro delle casse comuni per usarlo a fini personali.

Purtroppo questa è una prassi consolidata, e la corruzione era sistemica ben prima che arrivasse Di Pietro, lancia in resta, a mandare tutto all’aria.

Come capro espiatorio è stato scelto Craxi. Ma questa storia ha creato un precedente, e un cortocircuito: i politici non hanno smesso di rubare, non hanno smesso di fingere di tagliarsi gli stipendi con più o meno abili giochini di percentuali e mezze parole, non hanno smesso di accumulare soldi per sé e aiutare amici degli amici, fregandosene a pié pari della gente che li aveva votati.

Davvero vogliamo credere alla storiella secondo cui le tasse verranno abbassate dal 2017?

Ora nessuno si fida di nessuno, e ormai ladro e politico sono diventati sinonimi.

Il sistema di prima si è disintegrato e non è stato sostituito da nulla; una macchina sfasciata sta muovendo il Paese, non si sa per dove né chi diamine ci sia al timone.E quelli che potremmo indicare come timonieri, come rotta hanno quella contro tutte le secche e tutti gli scogli.

C’è Napolitano, che ci ha svenduto agli Americani, tanto per dirne uno.

Andare a puntare il dito contro un Brunetta, un Fiorito o un Cota, lui e le sue famose mutande verdi, può sembrare soddisfacente. Ma in realtà sono sceneggiate che lasciano il tempo che trovano.

La politica si è distaccata dal popolo non politicizzato talmente tanto che si parlano come lingue differenti. In Tedesco gli dico di smetterla di fare il parassita, in Giapponese mi risponde che il posto dov’è se l’è faticato e ci resterà bene finché campa.

Come se il fatto di aver faticato per ottenere un obbiettivo fosse un’ottima scusa e il gran lasciapassare per abbandonare qualsiasi coscienza e principio morale.

Quante volte sentiamo dire che in questo o quel partito ci sono tante donne, e finalmente si è dato risalto a questa specie protetta… Beh, a ben guardare, quelle che sono realmente politiche tra loro, sono grigie esattamente come i loro compagni maschi, mentre quelle con un aspetto interessante, nella gran parte dei casi sono finite lì perché sapevano come vestirsi, e come svestirsi… E da ogni partito politico.

C’è chi si trincera dietro “Io no! Giammai!”. E sebbene chi non ha fatto niente non c’entri nulla in questo discorso, saltano qua e là come galline spennate quelli che si sentono presi in ballo; in effetti non contano niente, mentre quelli a cui si riferiscono le mie parole, i responsabili, se ne stanno nell’ombra, pazienti e millenari, imperturbabili, perché sono stati bersagli ben di peggio. Non sono certo un po’ di insulti spuntiti ad impensierire un politico.

Quegli stessi che strillacchiano in giro la propria innocenza, sentendosi presi in causa, e non ammettono né dialogo né repliche, in genere sono gli stessi che per dimostrare la loro fede politica, non hanno migliore idea se non quella di lanciare oggetti contro l’uomo che odiano.

Ora, mi hanno detto che politicamente che Renzi parli con Berlusconi sia una buona idea, indipendentemente da chi sia chi e che incarico abbia.

Io personalmente non so che importanza abbia un tale incontro.

Ma a parte tutto questo, dimostrare così la propria avversione politica, indulgere a rappresentarla con l’odio e il livore, e perfino con la violenza, questo a me sembra un vero schifo.

Perché si è permesso che la violenza sia accettata contro Berlusconi?

Adesso pare diventato normale tirargli qualcosa addosso, ogni volta che esce di casa, ogni volta che va ad un incontro con un altro politico… ed è giustificato tutto questo odio, solo perché è entrato nel sancta sanctorum del PD?

Quando capiterà a qualcun altro? Se tale comportamento è stato sdoganato per uno, prima o poi ci finirà sotto qualcun altro, con meno risorse. È sempre un precedente.

I partiti oramai sono tutti uguali; lo stesso Renzi deve cercare compromessi, rimangiarsi delle cose, aggiustarne altre. Il mestiere di politico richiede strategie che non appartengono alla visione della gente comune. È per questo che non tutti possono diventare Il Principe di Machiavelli.

Berlusconi doveva fare il rivoluzionario, e invece, quando si è dovuto confrontare con gli interessi Americani, evidentemente gli hanno fatto una proposta che non poteva rifiutare; invece di combattere si è messo da parte.

E mentre i due si incontrano, e si fanno una frittata per non sprecare le uova lanciate, al Governo continuano a rivoltolarsi nel far niente, in un frenetico chiacchiericcio vuoto, ma molto molto pieno di parole, come solo i politici nostrani sanno fare.

Pare che Obama si sia finalmente pronunciato sulle intercettazioni telefoniche verso l’Europa. Ha parlato per 45 minuti di fila. Senza dire niente, se non ribadire che continuerà a fare i suoi comodi nelle nostre banche dati. Con il beneplacito di Napolitano, si capisce.

Evidentemente ha ben imparato quest’arte del parlare e parlare senza dire niente… ammesso che quei volponi di politici Americani abbiano ancora qualcosa da imparare da noialtri vecchi levantini.

Tre quarti d’ora per non dire niente: qualunque politico è maestro in quest’arte. Basta ascoltare qualche TG privato, con notizie sindacali ed interminabili interviste allo Zio Nessuno del Comune.

Useranno frasi fatte, piene di “si deve”, “indagheremo”, “è importante”, “sono problematiche forti”, “ispezioneremo il territorio”, “vi ringraziamo della segnalazione”, “non mancheremo di avvisare chi di dovere” (nomi e cognomi mai, eh?)… ma dopo 20 minuti non avremo ancora capito che cosa faranno o quali sono gli ostacoli per questa o quella iniziativa, qualunque essa sia.

La politica ad ogni livello oramai non è fatta d’altro se non di spartizioni di denaro e di vendite pilotate di appalti.

Chi pensa di essere onesto e di poter continuare ad esserlo anche qualora venga eletto, viene visto con sospetto e annientato il prima possibile.

A scuola non ci hanno insegnato la politica, ma una noiosissima materia di non specificata identità come Educazione Civica; né ci hanno dato un minimo di infarinatura di Economia, per capire almeno a grandi linee che cosa diamine sta succedendo al nostro mondo, almeno a livello macroeconomico.

Ci è stato solo detto di fare i bravi bambini, di eseguire e tacere, di sparire nella folla o verrete tagliati via, ah, ah! Ci è stato detto di produrre, “devi e vedi” e stare attenti ai pericoli… anzi, di eliminarli se è possibile. Ci è stato insegnato a non emergere troppo, né essere troppo scarsi, perché quello che conta è la mediocrità. In entrambi i casi, gli eccessi verranno tagliati e messi alla porta, a meno che non siano protetti da qualche precisa lobby.

È pericoloso difendersi, ma anche pericoloso avere una cultura che non sia quella approvata; bisogna essere imbelli e porgere l’altra guancia e perdonare, anche se non ci si crede. Questo è ciò che ci è stato insegnato.

Se non fai parte del baraccone, col cavolo che ti fanno fare un film o che ti pubblicano il tuo amato libro. E chi se ne frega se ci hai lavorato giorno e notte, e il messaggio che vuoi diffondere è rivoluzionario.

Se non sei del partito esatto, quello giusto, non ti si guarderà neanche in faccia, o al massimo ti permetteranno di autoprodurti con soldi che non hai, e di mandare sempre a spese tue tutte le 200 copie invendute al macero.

A cosa servono i centesimi?
Probabilmente mi si risponderebbe che cento monetine da uno, fanno un euro, perciò sono denaro corrente, di questo Stato, nonché dell’Unione Europea.
Vero. Ma non sempre.

Chi costruisce le macchinette automatiche (i parchimetri per il parcometro, i distributori di bevande e di snack, quelle per i pedaggi stradali) deve farne in modo che NON accettino le monetine rosse, ma che funzionino solo con quelle dorate e quelle più pesanti; inoltre devono accettare solo un minino di 30 o 40 centesimi.

E non parlo solo delle macchinette “equo-e-solidale”, che hanno un prezzo base per beneficenza (che sia vero o no, è un’altra storia), ma parlo di quelle per i parcheggi: se ho necessità di far stare la mia macchina lì per mezz’ora, perché devo necessariamente pagare per un’ora intera?

È la stessa storia dei biglietti dell’autobus: per fare il giro di una città usando sempre lo stesso bus, ma anche girando all’impazzata scendendo e salendo continuamente dagli autobus, il tempo che si impiega è sempre inferiore al tempo base di validità del biglietto.
Perciò, paghi per viaggiare un’ora, ma in realtà ti basterebbe pagare al massimo per venti minuti.

Le monetine, valuta corrente e denaro vero nelle nostre tasche, ha un significato diverso quando incontra il magico mondo delle macchinette automatiche, e i centesimi diventano inutili.

Tanto varrebbe farne dei bottoni o lastricarci le strade: la gente oramai tende a perderli e a non volerli neanche cercare, sebbene siano soldi veri, perché è troppo abituata a considerarli come dischetti per il gioco delle pulci.
Si possono usare per coprire i numeri della tombola, tanto vengono disprezzati.

Al supermercato non accetterebbero mai che io andassi con dieci totaretti da dieci centesimi ciascuno, tutti costituiti da pile da un cent. Probabilmente mi caccerebbero a calci.

E mi tollerarono a stento quando negli anni ’90, per sbarazzarmi delle mini cento lire e delle mini cinquanta lire, mi presentai con quelle per comprare duemila lire di merenda, a scuola! (Non avevamo le macchinette, e i soldi li prendeva un commesso, quello delle pizzette o delle patatine, ma mi guardava con un’aria sofferente, come se gli stessi rifilando dei falsi… ora non può essere cambiato tanto, no? Anzi, forse è pure peggio! Quelle mini-lire stavano per diventare fuori corso per far posto alle nuove cento e cinquanta, mentre l’euro ancora no!)

Quando la gente viene trattata in questo modo, per cui quello che ha in tasca a valore solo per la sua forma, sarebbe il caso di scassare tutte le macchinette, una per una, o pagare solo con i centesimi, lasciandone magari un sacchetto sulla macchinetta, o pagando a quel modo le eventuali multe.

Quando c’è da prendere dalle tasche della gente, allora si attuano i modi più fantasiosi, rapidi, efficienti e precisi, come bene ha dimostrato il Bruno Vespa di Striscia la Notizia.

Le bollette in ritardo credete davvero che arrivino per caso? E casualmente alla posta si inventano una mora (che non esiste) perché vengono pagate in ritardo… e giù, cinque euro (mica cinque centesimi!) da sborsare all’impiegato di turno.

Un’azione da rapinatore, del tutto illegittima.
Lo fanno apposta, puntano sugli ultimi risparmi della gente; ammazzano la gallina dalle uova d’oro, invece di darle da mangiare!

Il boom economico, sapete, non venne dal cielo, ma dal lavoro, dal sudore della fronte, da una maggiore libertà di azione che derivava essenzialmente da una minore pressione fiscale.

Ora per aprire un negozio, devi pagare: cartello, tenda, luci, vetrina, suolo occupato, affitto, il pizzo a qualche ‘protettore’ e mille altre cose che per fortuna non so. Per non parlare di quando ti venga in mente di prenderti un apprendista!

In questo modo si blocca tutto: la gente non cresce, non compra e non vende.

Alcuni credono che la povertà sia un felice ritorno a tempi più veri e più semplici… ma la verità è feroce, e la semplicità non ammette sfumature.

In più abbiamo in casa, imposta, la concorrenza spietata di gente che la vera fame l’ha già vista, e viene qua a fare lavori che noi non siamo stati progettati per fare. Ed essi, poverini, devono esser anche agevolati.

Essere Italiani è diventato un handicap, ma anche se disabili non abbiamo diritto ad alcuna assistenza, ma solo ad essere sommersi di tasse. Niente cibo, ma solo ostacoli. Niente strade, ma solo trappole. Nessuna informazione di qualità, solo chiacchiere, pettegolezzi e paura.

E, non dimentichiamoci, ai soli Italiani è riservato anche un certo “piacere della vergogna e la vergogna del piacere”, tanto caro a Maud Flanders.

Il piacere di buttarci in terra e di disprezzare il nostro essere Italiani, il sottile piacere di chi scrive ed afferma di vergognarsi di essere Italiano… anche se la colpa è dei parassiti al Governo, non di noi che nonostante tutto qualcosa vogliamo pur farla, e cerchiamo strade in mezzo a questo groviglio di divieti e finta morale.

La vergogna di provare orgoglio… è una cosa raffinata. Se abbiamo delle eccellenze di cui parlare, c’è sempre qualcuno che deve deviare da questo argomento, e ricordarci dei nostri difetti e dire che quella cosa buona è in realtà un’eccezione. Se ci piace il calcio, deve esserci sempre qualcuno pronto a dire che siamo Italiani solo attraverso lo sport, e butta là l’idea che non sarebbe male abolirlo. Dobbiamo vergognarci del piacere del calcio?
Lo vedrete ora che arriva il nuovo Mondiale!

Siamo addestrati a chinare la testa, tanto che il collo scrocchia pericolosamente se tentiamo di alzare la testa più del mediocre. E c’è sempre qualcuno che si sente un padre della Patria quando ce la piega di nuovo in giù.


A Striscia la Notizia c’era uno dei servizi del novello amico degli animali, Edoardo Stoppa.
Probabilmente non è stata voluta una sua infelice espressione quando ha affermato che se le leggi sono Europee, a maggior ragione devono essere rispettate.
Insomma, parrebbe proprio aver voluto dire che fintanto che una legge contro il bracconaggio è Italiana, allora si può anche capire perché non venga rispettata, mentre se la legge è Europea, allora non dobbiamo farci riconoscere!

Per come siamo trattati dalle persone di cui dovremmo fidarci, è logico che non ci sentiamo troppo fieri di ciò che siamo, né abbiamo uno straccio di spirito di corpo, se non dietro una bandiera e dietro le prodezze di grandi sportivi.
Veniamo maltrattati, derisi, addestrati ad essere servi di cento padroni e a credere di poterli fregare tutti e cento… mentre noi siamo quelli sotto la pioggia ed il vento, ad attendere che Don Giovanni si stanchi della ragazza con cui se la sta spassando.

Non c’è da vergognarsi di essere Italiani, ma c’è da prendersela con i nemici della loro stessa gente, quelli che comandano e scomandano solo perché tutto li sorregga, anche se la base del loro bel trono si sta corrodendo a causa delle loro mosse folli e del loro far niente di buono.

Per quel che mi riguarda non so cosa vuol dire essere Italiani, perché ben presto le canzoni patrie sono state abolite dalle scuole, insieme ad una buona fetta di buon senso e di divertimento cameratesco.

Al posto di queste cose, sono state messe delle idee caotiche di gente fuori dal mondo; la gente deve seguire quei VIP, quei cantanti, quelle mode che arrivano dall’alto, e deve dimenticare le proprie radici… salvo poi rinfacciargliele per far crescere nell’Italiano un rigoglioso senso di colpa.

La gente deve correre dietro a fatue farfalle, mentre i politici sfilano loro il portafogli dai pantaloni, e si lamentano pure che è troppo magro.

Non so cosa vuol dire perché sono stata cresciuta come tutti gli altri; quel che mi salva è una grande attenzione quasi maniacale per le radici mie familiari: titoli nobiliari (certo!), stemmi, parenti famosi, avi scrittori o cantanti oppure eroi di guerra, canzoni (sia di destra che di sinistra), poesie ed opere liriche, film, oggetti…

Questo traccia un minimo di mia identità, anche se purtroppo, nonostante tutto ciò che so, che ho e che provo a conservare, a me è arrivato davvero poco, e rischia di essere spazzato via da questi cani arraggiati ed affamati che dicono di agire per il bene del popolo.

Invito perciò a cercare le proprie Radici, come nella serie TV omonima: se non c’è Patria, se non c’è fiducia né riferimento, quel che rimane è il sangue.
È la famiglia. È la ricerca personale, escludendo gli impicci e gli ostacoli e mettendo a tacere chi irride ogni azione diversa dal mediocre.

Magari non è molto… magari bastano delle foto stampate…
Tenere in vita il ricordo del nostro meglio, tenerlo in vita e sapere per certo che potrà essere replicato, prima o poi.
I tempi diventano neri, rattoppati, bui, malfunzionanti… ma il ricordo deve essere tramandato.
La cultura è il ricordo; è nella lettura individuale, è nella ricerca in proprio. I circoli oramai sono cerchie chiuse, con poche eccezioni.

Vale la pena improvvisare e sbagliare, invece che avere solo divieti.

Non occorre copiare il passato, ma solo farlo diventare una parte del proprio presente, per rendere la propria anima tridimensionale… e cercare in noi stessi una nuova possibile idea di possibile futuro.

Il Papa parlava della violenza della povera gente, quasi giustificandola: chi vede la ricchezza degli altri non può non averne voglia, e se non gli viene data la possibilità di raggiungerla, ecco che scatta la violenza.

In pratica ci dice che se non gli diamo quel che vogliono, i poveri avranno tutte le ragioni per assaltare le nostre case e le proprietà che continuiamo a ricomprarci con il 70% di tassazione di quel che si suda con il lavoro.

Al Papa L’IMU, la TASI e tira, la Yuck e le altre ‘tassine’ non gli rodono?
Perché non ospita i poveri in Vaticano e nei conventi ormai semivuoti per carenza di vocazioni?

No, gli basta esortare gli Italiani, popolo straniero rispetto alla Città del Vaticano, ad essere generosi… tanto da lui non busseranno, a lui non fregheranno la bici, la macchina o i fili di rame; a lui non rapiranno i figli per mandarli a mendicare e a rubare telefonini; a lui non daranno una badante che fa da civetta per una banda di ladri; a lui non venderanno cuccioli malati, destinati a morire nel giro di un paio di mesi nelle braccia dei padroncini.

E nello stesso TG si parlava di una retata dei carabinieri, che a Parma hanno scoperto una vera cittadella autonoma Cinese, sul territorio Italiano, completa di case, scuole e mensa, nonché della classica fabbrica non stop, su un altro pianeta rispetto ai diritti umani.

Possibile che vengano qua con l’idea di conquistarci? E lo Stato, perfino quello straniero, avalla il fenomeno.

Se non abbiamo uno Stato che ci unisce e che ci tutela, beh, allora vale davvero la pena di dividersi di nuovo. Alla faccia di Garibaldi, dei Mille e dei 150 anni.

La violenza non è mai la soluzione, è quello che ci hanno insegnato. E perché mai non dovrei condividere?

Solo che quando ci si trova segati a metà fin nel profondo dell’anima, perché tutto quello che era stato promesso si rivela essere impossibile da mantenere, allora si vorrebbe NON essere stati cresciuti IMBELLI, con in mente la leggenda del dialogo che ripiana tutto.

Ci sono certe persone che, pur ritenendosi esperti di diversità, non sopportano gli indivdui troppo difficili da capire, troppo complicati.

Gente così, con la testa bidimensionale e a spigoli non può affrontare un dialogo oggettivo, sereno, civile.

Mischiando insieme problematiche diverse, pensano di tenerti in pugno, mentre tu stai semplicemente andando in overflow per tutte le castronerie che sta inanellando.

Non sei un bovero negro? Non sei un cucciolo salvato dalle cattive acque e dagli scafisti che scappano sempre via? Non hai dieci figli fatti uno dietro l’altro quando non avevi neppure posto per tua moglie, ma anzi, sei stato accorto e non ne hai fatti ancora?
No, se non sei disagiato allora sei un malvagio capitalista, sfruttatore e consumista, e devi crepare per questo!

Se ogni arma civile mi è stata tolta, e la stessa mia identità mi viene negata, inscatolandomi di nuovo nelle mura domestiche come 100 anni fa, allora penso che sia arrivato il momento di ribellarsi alla vecchia maniera, non con le autorizzazioni, ma spaccando qualche finestra… o qualche onorevole testa.
Visto che abbiamo anche l’autorizzazione del Papa…


Dicono che in un mondo comandato dalle donne, non ci saranno più guerre…
Come ci credo! Certo certo!

Ora le donne stanno andando forzatamente ad occupare posti importanti, solo in quanto sono donne, non perché siano capaci o si siano dimostrate migliori di altri.

Ci sono le quote rosa, ma non le quote cervello.
Basta che ci siano donne in gruppo, non ci importa che abbiamo lasciato a casa un’altra persona più capace e competente!
Basta che siano tesserate con l’etichetta giusta e le giuste conoscenze, e la rapa donna scalzerà sia la rapa uomo, sia il genio uomo, sia il genio donna senza bollino blu.

Il nostro Stato si fonda sul senso di colpa e sulla paura: paura del futuro, grazie al Governo plurinullafacente.

Paura di investire, di osare, di rinnovare e di innovare, di costruire.

Paura persino di usare le risorse che abbiamo: le nostre capacità tenute in una cassaforte, solo perché ci hanno spaventato a morte di usarle.

Vedete, non a caso ho messo il famoso simbolino atomico a fare da parentesi alla Paura. Un tempo noi eravamo un Paese all’avanguardia per la ricerca nucleare e per la costruzione di impianti sicuri.
Impianti sicuri.
Sicuri, ribadisco.

Ora che, per una delle rarissime vittorie di Pannella, dobbiamo elemosinare l’energia dagli altri Paesi, la paura ci è rimasta, e ci sono rimasti anche i rifiuti nucleari di cui tanto temevamo la produzione: i camorristi se li fanno arrivare da fuori, per sotterrarli nel mio orticello, alla faccia mia, del mio amore per la natura e del cartello che accoglie la gente che arriva da fuori “Comune denuclearizzato”.

Invece di produrre e stoccare i nostri, in depositi segnati da grosse A, come in Germania, noi ce li facciamo sotterrare e nascondere negli scantinati, nelle cave, un po’ dove capita, mentre pseudoeclologisti ci inducono a usare tecnologie fallimentari o di bassissima resa. Pseudoecologisti irregimentati, che mirano a fare un partito solo per avere le sovvenzioni che questo comporta.

Il nostro Paese è diventato un immondezzaio, perché è stato lasciato campo libero alla camorra… e ora tutti si lamentano per gli inceneritori, quando dovrebbero solo sgomberare intere provincie, o benedire questo mostro divino, mandato dal cielo a divorare montagne di monnezza, invece che lasciarle lì, sotto gli alberi da frutto.

Schiere di imprenditori, intere avioflotte di volantini, tutte per reclamizzare le cosiddette “energie pulite”.
Sapete se si riciclano i pannelli fotovoltaici? Sapete quanto costano in manutenzione?
E lo sapete che le lampadine a tortiglione, quelle a basso consumo, sono ancora più difficilmente smaltibili di quelle vecchie ad incandescenza?
Sapete quante pale nei parchi eolici restano ferme, in attesa di qualche momento fortunato in cui c’è vento?

Se avessimo avuto l’energia nucleare probabilmente saremmo sporchi più o meno come adesso, ma almeno avremmo l’indipendenza energetica, e la robaccia sarebbe solo la nostra.

Io non lo so cosa c’è nell’orticello dove ho piantato l’insalata che poi metto in tavola per me e i miei cari. Preferisco non saperlo.

La paura che là sotto ci sia o ci sia stato qualcosa di losco, mi farebbe avere timore di mangiare.

La paura che qualcosa vada storto impedisce al nostro Paese di osare, ed è stata coltivata a dovere nelle nostre teste, fin dall’infanzia.

Burocrazia da incubo, tasse triple e quadruple, crediti dallo Stato che non arrivano mai, bollette fasulle o inviate a doppio, perché chi le riceve si senta sicuro solo se le paga… anche se sa di essere in buona fede e di aver già fatto il proprio dovere, messa a tacere di ogni sogno e di ogni iniziativa… e sfiducia, sfiducia mastodontica che permea ogni livello.

I politici si riempiono la bocca di “Si deve fare questo per salvare l’Italia”, ma non dicono “Io farò questo”. E se anche lo dicono, non si prendono davvero l’impegno. Stanno là solo a far sopravvivere sé stessi.

Si accapigliano per la telefonata privata dall’ufficio della Cancellieri, ma non dicono chiaramente “Cacciamola fuori” né “Teniamola, perché un ministro ci serve, e politicamente anche lei è fondamentale”.
Ci girano attorno.
A noi arrivano chiacchiere da comari, gossip, pettegolezzi, fuffa, sciocchezze…

Per noi non c’è da capire, ma solo da pagare, o da morire, come succede per i malati, e come succede per chi si trova all’improvviso travolto da qualche calamità naturale che pensava potesse avere conseguenze così devastanti solo nei Paesi del Terzo Mondo, come succede a chi si trova a maneggiare rifiuti pericolosi spacciati per innocui.

Beh, so che è difficile da credere, ma siamo anche noi del Terzo Mondo; stanno ficcandoci con la testa dentro al fango, per poter restare al potere il più a lungo possibile.

È difficile e triste, per chi ha creduto che il Paese potesse crescere, vedere che tutto sta tornando come all’inizio del ‘900.

È sconfortante e quasi impossibile da accettare, come un cataclisma, che siamo condannati alla povertà e al baratto della dignità per un pezzo di pane; è inconcepibile per chi è nato negli anni ’80, come me, nella ricchezza dei glitter, dei colori metallizzati e dell’era dei computer, nei viaggi e nel sogno del lusso possibile, ora dover vedere come certa una prospettiva di miseria e di indigenza.
Non potrò mai garantire ad eventuali figli o nipoti nemmeno un decimo di quello che io ho avuto e che davo per scontato… e non eravamo di quelli che navigavano nell’oro, neppure allora.

L’impostazione che ho ricevuto, l’educazione che fa da scheletro alla mia persona, i miei modi di fare… sono tutti di colpo diventati obsoleti, inadatti. E sbeffeggiati da chi mi ha segato a mezzo.

Non sono utile a nessuno, eppure non sono una persona anziana, che può consolarsi di aver fatto già qualcosa della sua vita.
Non c’è un cane che voglia farmi una vera formazione, un vero apprendistato, una vera strada da intraprendere.

Tutti hanno paura di spendere, di osare, di investire.
Nessuno vuole prendersi un giovane oltre i 25 anni, perché sa di non potergli dare uno stipendio da fame con la coscienza leggera.
Nessuno può assumere gente nuova, perché deve pagare chi c’è già con quello che gli rimane dalle tasse.

Ogni minimo rischio diventa troppo grande.
Ogni sogno, perfino il più sciocco, diventa troppo costoso.

Il nostro Paese è atterrito dalle sfide, perché tra noi singoli e l’obbiettivo c’è una biblica quantità di ostacoli folli e schizoidi, e solo qualche beato figlio di papà può avere una strada lastricata d’oro, dove viene portato in trionfo, mentre gli altri devono restare indietro.
A chi è sotto è chiesto solo di pagare e morire.

Pagare per servizi che non ci sono, morire dalla paura, oppure assassinato da qualche strafattone immigrato recidivo, o morire per propria stessa mano, suicidandosi o decidendo di non prendere più medicine.

La Paura del futuro prossimo ci ottunde la mente, in una maniera diabolica e raffinata, e così non si può neppure immaginare un futuro più in là di domani.
Siamo ridotti così in questo dannato Paese, mentre si indice il lutto Nazionale per chi arriva da fuori, e si spendono solo delle parole banali per i nostri.

Il lavoro che fanno dentro al Parlamento è solo una filastrocca grottesca e marcia per cercare il nome della nuova prossima tassa.

La paura di non poter pagare ci rende sempre meno sicuri di noi; sappiamo che neppure la casa è sicura, visto che è come se dovessimo ricomprarcela ogni anno.
E chi è proprietario ha sempre torto: gli abusivi che si insediano scassando le porte e cambiando le chiavi sono  tutelati, mentre al proprietario tutti sembrano chiedere “Che ci devi fare con tre case, tu che sei da solo?”.

E allora mi torna in mente la scena del Dottor Zivago, che torna a casa sua, la sua villa ereditata dalla famiglia e che lui mantiene col suo onesto lavoro di medico, e la trova piena di gente.
Estranei che lo guardano torvi.
Un metro quadrato per ogni persona, così diceva la legge. La casa è stata espropriata e lottizzata, e tutti ora si sono impossessati dello spazio che è del Dottore… che ora si trova come un ospite indesiderato in casa sua, si trova a dover sorridere a chi sta facendo riposare il cane sul cuscino di merletto, e chi sta usando le tende per dormirci dentro.

Davvero, la paura che accada una cosa del genere non è solo una fiction o un film. È accaduto davvero.
Ed è accaduto grazie alle stesse persone che amano fare i generosi con le tasche degli altri.

Le stesse persone che gridano allo scandalo per ogni idea nuova, per ogni salto un po’ più alto, per ogni pensiero osato.

Un Governo di vecchioni, sacerdoti con la loro vecchia Bibbia alla mano, che non sanno leggere altro e non vogliono che sia letto altro.

Con la scusa degli stormi di uccelli che ci sbattevano contro e instillando negli abitanti la paura che avrebbero costruito proprio nel loro giardino, il famoso Ponte sullo Stretto non è stato mai fatto.
Ma credete che con questa paura in corpo e con scuse simili prese per buone, avremmo mai avuto l’Autostrada del Sole?
A quest’ora non avremmo neppure il fuoco, perché spaventa gli animali e scotta le dita…

In momenti drammatici di calamità naturali, ogni gesto di aiuto diventa prezioso.
Ed è sempre più spesso il gesto di singoli o di piccole comunità.

Questo riunisce i vecchi gruppi storici, regionali, i piccoli paesi, certo.
Ma ci divide come Paese, purtroppo, perché tutti siamo accomunati dalla consapevolezza che in realtà siamo lasciati di fatto soli, e affidati a quei pochi che sanno ancora che cosa sia il senso del dovere, che mettono in gioco la vita per il cambiamento, ostacolati da chi non vuole mettersi in gioco, inutili a sé, dannosi agli altri.

Quando i politici non rispondono alle domande dei giornalisti, che siano di Striscia o di altri programmi, e volentieri falciano senza complimenti, a colpi di sportello, uomini e donne armati solo di taccuino e microfono, basterebbe solo quello, secondo me, per fare la tanto reclamata rivoluzione.

I media hanno preso l’abitudine, all’incirca dagli anni ’90 ma anche un po’ prima, di fare autocritica distruttiva: non dire cosa non va e proporre un rimedio perché abbiamo questa o quella caratteristica positiva, ma dire solo quello che non va, elencare solo i nostri difetti, come se tutti gli Italiani, da nord a sud isole comprese fossero tutti fatti in serie, senza avere niente di buono, se qualche sporadica ed isolata eccezione.

È come essere sempre sotto la pressione del senso di colpa; è come avere un giudice inflessibile che bacchetta e critica anche quando non ce n’è bisogno; è come quel padre che, entrando nella stanza dove i figli stanno giocando, immediatamente fa calare il silenzio con la sua sola presenza.

È inumano, ma è così che presentano le notizie alla TV.
Senso di colpa e paura.

Un tempo, molto tempo fa, nel venire a conoscenza di fatti importanti, avrei detto: – Perché non raccontare a qualche giornalista di come avete confortato la povera anziana isolata in mezzo alla devastazione dell’alluvione? –

Ora invece ti esorto tenerlo per sé, a dirlo solo a chi lo apprezza davvero.

Sono rare le persone che fanno questi gesti, e ancora più rari coloro che li apprezzano davvero, indubbiamente, ma solo perché i media ci hanno condizionati a crederlo.

Le persone potrebbero essere molto meglio di così, se fossero liberate dalle gabbie in cui sono state messe.

L’idea di fondo dei miei anni di università sono stati di pura sopravvivenza: vita in affitto, soldi contati, pranzi e cene ridotti all’osso, fotocopie più o meno legali, per non dover prendere dei volumoni da cento euro, che mi sarebbero serviti solo in parte; vestiti da un euro, rattoppati ed usati tutt’oggi, per non prendere niente di nuovo, carta da appunti riciclata cento volte…
L’idea di me studentessa fuori sede era al limite della sopravvivenza, giorno per giorno; ringraziavo ogni sera di aver potuto mangiare.

Figuriamoci in un momento di vero disagio e di disperazione! Certe persone diventano sciacalli, perché pensano a sé, e che se non ne approfittano loro, lo farà qualcun altro… abituati ad essere trattati come bestie, facilissimamente lo diventano.

Stanno tirando fuori il peggio di noi stessi, e poi ci accusano di quaAanto siamo malvagi e difettosi e male ammaestrati noi Italiani, eh eh!

Stanno preparando da sé la propria fossa, e non se ne rendono neanche conto!
Forse pensano di fuggire, come è accaduto in passato a chi ci ha governato prima…

In questi casi la vita rallenta di nuovo, indurisce e si indurisce, torna indietro di secoli, assume colori e sensazioni glaciali… la fortuna è stare insieme.

Ogni giorno è un giorno in più, e non si sa mai quali risorse si possono avere, finché non si mettono alla prova.
Nessuno ha detto che è piacevole, ma almeno c’è un’ottima probabilità di farcela.

A questo Paese è stato rubato il senso della realtà, e rimpiazzato da chiacchiere buoniste, frasi fatte zuccherose, parole d’ordine e eresie spacciate per Bene Assoluto.

 

 

 

 

 

 

 

Sfumature di identità ♀♂

A volte credo che la mia tendenza a nascondermi dietro a mille maschere, questa compresa, e ad abbigliarmi con abiti sia femminili che maschili, sia una reazione.

Una reazione alle critiche e ai luoghi comuni sui difetti femminili.

A volte mi rendo conto di censurare a priori un modo di fare, un’azione, una parola, perché è sintomo della mia femminilità.

Dall’altro lato mi vergogno che vengano esaltate solo le caratteristiche fisiche della donna, portando avanti sempre il solito modello di donna sempre pronta a DIMOSTRARE di essere tale, portandosi a letto uno… uno purché sia; dimostrare di saper essere seducente, essendo sempre pronta a cavarsi di dosso gli abiti.

Allora, se da un lato ho stemperato (forse troppo) la mia personalità, ricercandone una più “neutra” che comprenda maschile e femminile ma che non sia né l’una né l’altra, dal lato opposto mi trovo a dovermi vergognare di chi fisicamente mi dovrebbe rappresentare ed essere simile a me.

Dunque non so davvero perché hanno inventato la locuzione “il bello di essere donna”. Qualcuno me lo deve ancora spiegare.

Non cerco privilegi da damina dell’Ottocento, anzi: mi piacerebbe essere trattata con il dovuto rispetto, a prescindere dal fatto di essere di un genere o dell’altro.

Non vorrei essere un uomo, perché ci sono delle caratteristiche del mio carattere che si perderebbero se passassi dall’altro lato.

Ma non mi piace per niente essere nella categoria “donna”, perché non ci trovo caratteristiche certamente positive: se sei troppo sensibile dai fastidio, ma se non lo sei per niente, non sei femminile, e la gente scappa (maschi e femmine);

se sei troppo decisa, allora hai un carattere forte, e facilmente ti lasciano sola, ma se non lo sei abbastanza, allora sei la solita donnetta che si vuole appoggiare al primo (uomo) che passa;

se ti concedi a tutti, allora sei una specie di calzino che provano tutti, e possono apprezzarti e disprezzarti nella stessa frase, ma se invece ti chiudi e non lasci passare nessuno, magari ti senti fare dei complimenti entusiasti sul fatto di essere una ragazza seria, ma poi resti comunque da sola, perché nessuno si vuole impegnare;

se ti piacciono le storie romantiche, c’è sempre chi sbuffa o prenderà in giro la tua scelta, ma allo stesso modo non tacerà quando vedrà che ami molto di più un western o una partita, invece che l’ultimo romanzo di Rosamunde Pilcher…

Danzo tra un genere e l’altro, ma non credo che sia una cosa ‘naturale’. E mi domando: è naturale decidere su che sponda essere? Come si fa ad essere certi di essere eterosessuale o gay o bisex o Dio solo sa che altro? Come si fa a saperlo con certezza?

Io credo che l’unica certezza si possa avere solo se si è innamorati.

Allora diventa tutto chiaro, delle perfette lenti rosa ti si fissano agli occhi, e vedi ciò che non vedevi prima, e riesci ad ignorare quello che le lenti nascondono.

Allora alla mia mancanza di identità si aggiunge una radicale e prolungata mancanza di amore.

Arrivano solo critiche, vicoli ciechi, strade interrotte, burroni e strapiombi improvvisi, segnali più o meno chiari di pericolo, un certo sesto senso che mi grida di non proseguire… devo sempre tornare indietro, non posso mai affidarmi al cuore.

Così sto perfettamente al centro dei due poli, senza scegliere alcuna via, nell’attesa che tornino a calarmi sugli occhi le lenti spesse e rosee dell’Amore… sperando che sia A e non a… Sperando che non sia un’ennesima fregatura e di non dover ritornare sui miei passi.

Del mio amore, la gente a cui lo dono non sa che fare; il cuore si è spezzato di netto troppe volte. Ora vorrei poterlo mettere in pausa, per un po’, nell’attesa che un miracolo possa avvenire per me.

Le etichette e le categorie sono una faccenda complicata, e in più quelle nuove prendono piede, senza scalzare quelle antiche, in una coabitazione di sistemi di valore opposti.

Esistono ancora delle leggende.
Leggende e luoghi comuni alla faccia delle lotte femministe, della parità e di tutte queste storiellette.
Innanzitutto, la totale idiozia dell’invenzione di un reato specifico nel caso in cui ad essere ammazzata sia una donna (il femminicidio è una categoria ristretta e che nulla dovrebbe entrarci con la legge), perché rende la categoria “donne” una specie diminoranza etnica da tutelare, una specie di nuovo panda da salvare e tenere in gabbia, e prevedrebbe l’invenzione di altre categorie specifiche, e non si sa fino a quale dettaglio.

Abbiamo personaggi che affermano l’esistenza di una cultura gay, quando io pensavo che tutta la cultura fosse uguale, patrimonio di tutti gli umani, a prescindere dall’orientamento sessuale…

Adesso sento gente dire che “La donna è il focolaio della casa”, presumendo che voglia intendere: “La donna è l’angelo del focolare”, e tutti ad annuire, compiaciuti.
Sento ripetere che tutte le donne che diventano madri hanno l’istinto materno.
Ah, sì? Anche quelle che, appena partorito, buttano il pargolo nella monnezza? Anche quelle che il bimbo lo affogano o lo sperdono? Anche quelle donne che iniziano le proprie bambine alla prostituzione?

Inoltre, appena c’è qualche uomo che affermi di essere stato maltrattato e vessato dalla moglie, sembra sempre che stia bestemmiando, e tutti gli vanno addosso, con intenzioni tutt’altro che amichevoli.
Non esistono forse innumerevoli esempi di maltrattamenti della madre verso i figli, o della moglie che sottopone il marito al terzo grado, e passa alla rete fitta tutto ciò che fa o che non fa? Quella moglie che, visto che gesto potrebbe avere milioni di significati, vuole saperli tutti.
Questa quotidianità può essere non definita violenza? Certo che lo è, è violenza psicologica.
Senza contare quella fisica, che certamente non ha altrettanti esempi di quella dei maschi sulle femmine.

Ma quando abbiamo introdotto un reato diverso dall’omicidio, abbiamo creato una categoria. Servirà presto la categoria “maschicidio”… servirà, ma non la inventerà nessuno, perché “i maschietti” non hanno bisogno di essere protetti, no?

Ho una grande voglia di creare una categoria mia personale, per non far parte della specie protetta “donne” e perché una Zia Nessuno come la Boldrini non possa più parlare anche a nome mio.

Insieme all’accettazione di tutte queste leggende sull’animo dorato e puro dell’angelo del focolare, c’è la cancellazione di ogni progresso di eguaglianza faticosamente inseguito e ottenuto dai tempi del voto alle donne.
Nel 1981 è stato abolito il diritto d’onore… pensateci… ancora non abbiamo finito il lavoro di emancipazione, che subito ci ricacciano dentro casa.
A causa del lavoro che non c’è e della crisi e delle cornacce di chi sta al Governo, la sempre sbandierata intelligenza delle donne viene messa sotto chiave, in casa, come cento anni fa.

È già finita l’ora delle visite, dunque?
Devo tornare in gabbia, ed esserne anche contenta?

Le donne non sono tutte uguali, gli uomini non lo sono; non lo sono tutti i gay, non lo sono tutti gli immigrati, i Tedeschi, i Greci eccetera eccetera.
Non voglio sottostare ad un mondo con categorie infantili e fatte con il cuozzo dell’accetta, a grani grossi e a confini visibili anche dallo spazio, come la Muraglia Cinese.

Se a scuola insegnano le materie tutte insieme, puntando sempre sulle zone sfumate tra una disciplina e l’altra, perché il mondo dev’essere mostrato all’opposto, tutto a piastrelloni nettamente individuabili?

Potevo essere una manager, una regista, una buona maestra o una commessa di un bel negozio… ma mi è stata strappata la speranza alle scuole medie, i sogni li ho dovuti tenere sotto la superficie per tutte le scuole superiori, all’università ho visto solo ostacoli… ed ora sono a velarmi ancora prima di essere in lutto. A cercare la parola ‘fine’ quando la mia storia è ancora all’inizio.

Dunque, non sono neanche una mamma, oltre a non essere capace di trovarmi uno straccio di uomo.
Allora che razza di donna voglio essere? Ops! Io sono un essere umano, prima di tutto… ma non so essere nemmeno quello, visto che non servo a nulla.

Eh, perché se sai trovarti un uomo e se diventi madre, allora e solo allora sei una Donna Più, una finalmente degna di vivere nel consesso umano. Se non hai una o più caratteristiche catalogate, allora… allora il tuo sesso è inutile, come diceva Oriana Fallaci.

Hanno un gran parlare, questi esperti di differenza, di uguaglianza di diritti tra eterosessuali, gay, lesbiche, bisex, asessuali e tutto quello che continua a saltare fuori.

Però SE NON OSTENTI ciò che sei, indipendentemente da ciò che sei, diventi un ostacolo, un qualcosa da eliminare, da isolare e distruggere, con raffinata violenza psicologica.

La violenza torna, e torna nella sua forma più raffinata, lenta e spietata: quella psicologica, che ti rode e ti sbriciola da dentro, senza che ti si faccia un graffio.

Essere normale, dire anche la parola normale, è diventato un atto per cui scusarsi, ci avete fatto caso?

I giovani devono muoversi, agire, certo… ma gli hanno messo in testa un coperchio, per cui chi cresce adesso va a sbattere con chi vorrebbe finalmente essere adulto ma non gli è concesso di farlo, perché soldi per farlo indipendente, con una casa e un lavoro, non ce ne sono.
C’è una ressa come davanti all’unico sportello aperto della biglietteria, e l’unico impiegato è un vecchio scorbutico e maleducato, che non vede e non sente.

Creiamo i bamboccioni, ma poi diamo la colpa a loro.

I vecchi continuano a giocare a fare gli amorevoli anziani, ma in realtà pensano solo ai fatti loro e a mantenere lo status quo.
All’Europa fa comodo tenerci come fanalino di coda, come 100 anni fa, e ci stiamo andando, buoni, garbati e senza ribellarci, perché siamo comandati da una torma di traditori ammuffiti.

Paura, senso di colpa, inadeguatezza… e credere che si abbiano solo difetti e vie chiuse.
Ecco come ci hanno cresciuto, mentre ci favoleggiavano del dialogo.

Dialogo?
Certo, mica facile con un branco forsennati fanatici, pronti ad abbaiare al primo segnale, condizionati come i cani di Pavlov e felici di esserlo; com’è bello avere una fede e seguire finalmente una e una sola via!

Essere nella Verità alleggerisce e rende lieti, capaci anche di grandi atti. Grandi e buoni, ma anche grandi e malvagi.
Come Voldemort, avete presente?

In nome di un obbiettivo superiore, ritenuto universalmente giusto, ci sono eserciti di kamikaze, pronti al martirio.
Uccidendo fratelli perfettamente innocenti.

Favorire gli stranieri ospiti indesiderati e prepotenti, e maltrattare altezzosamente i fratelli è una caratteristica di chi ha una grande fede e l’idea fissa di avere La Verità. Di chi con arroganza crede che aver sofferto nella vita e raggiunto invidiabili obbiettivi, diventi il lasciapassare per ogni nefandezza e la perfetta obliteratrice di ogni scrupolo di coscienza.

Mi dispiace di non essere più d’accordo con chi pensa che il dialogo e il compromesso funzionino; in un mondo ideale forse sì.
Ma la povertà rende cani.
La povertà CI rende cani.

La gente già ruba qualsiasi cosa che non sia ancorato a terra.

Di là le bici spariscono prima che la neve al sole; di qua ci sono posti dove è meglio che ti togli il maglione e glielo dai, quando te lo dicono, o rischi grosso; nelle stazioni e nei sottopassaggi, meglio non andare mai… e se sei una donna (anche brutta), è il caso di avere cento occhi come il mostro Argo, non solo la sera ma anche di giorno, perché può essere che chi ti grida dall’auto non sia solo un mattoide un po’ brillo, ma uno che potrebbe seriamente volersi avvicinare e andare più in là…

Dialogo? Ah, se si potesse, io sarei amica del globo intero.
Invece sono sempre il mostro da tenere al lato, da abbandonare, da tenere d’occhio perché non rompa troppo le scatole.

Troppo normale per i diversi, troppo diversa per i normali… ho una posizione ‘privilegiata’, e ho intenzione di sfruttarla più che posso.

Gli esperti di diversità potrebbero fare una tesi su di me, di 1000 pagine, e invece mi tengono da parte, perché ai mediocri non piacciono le sfide con delle regole da rispettare veramente.

Io invece osservo tutto, vedo tutto… e scrivo tutto.
Tiè!

 

Senza un posto

Dove vivo io, il fatto di non avere trovato un lavoro, a prescindere dalle motivazioni, è sufficiente per cancellare ogni diritto: di parola, di rumore, di emozione ed espressione.

Non solo non posso avere un’opinione, perché non sono a conoscenza dell’ambiente, ma non posso neppure rivelare la mia presenza, a meno che non sia in ambito stretto dei lavori domestici.

Quando minimamente esprimo un’emozione (un semplice sospiro per l’ennesima banale incomprensione), vengo subissata da giudizi lapidari, consigli non richiesti e da frasi come: “Dovresti cercarti un lavoro.” e anche meglio, come: “Io posso dire e fare tutto, perché sono il Signore e sono senza colpa”. Letteralmente.

Mi si dice, dunque, in faccia, che dato che non sono capace di trovarmi qualcosa che possa fare per guadagnare, non ho diritto neppure di sospirare, né di mostrare ira, seccatura, fatica o un altro sentimento negativo.

Eppure sono io quella che mentre tutti guardavano le videocassette, stavo a morire sui libri. Io che mentre gli altri facevano baldoria in cucina, stavo a studiare, non facendo neppure un appunto al fatto che il loro vociare mi disturbasse… perché so essere paziente, e forse soprattutto perché ascoltare delle voci separate da me da una parete era l’unico modo per avere della compagnia, senza che il mio piano di studio e lavoro fosse compromesso.

In effetti ho visto sempre la gente come un ostacolo: quando credevo di poter avere un obbiettivo ed un sogno, sapendo che le festicciole e le baraonde mi annoiavano ed erano solo una perdita di tempo, facilmente mettevo alla porta la voglia di compagnia. E non sono stata mai ostacolata su questo, è stato anzi estremamente facile essere lasciata sola.
Ne approfittavo per studiare e approfondire le altre mie passioni, per cui non avevo trovato un maestro valido che fosse uno.

Tralasciando i pesantissimi anni della scuola, dalla prima media alla fine del Liceo, l’università mi è costata quella che tutti decantano come la migliore giovinezza.
Ho puntato tutto sulle mie capacità individuali; ho puntato tutto su quel sogno, e ho fatto una scommessa… perché in effetti non vedevo altre strade.

Ora che la scommessa è persa e che tutti gli anni di studio devono essere mandati al riciclo, come se non fossero mai esistiti, mi ritrovo ad aver faticato e lottato per niente.

Ed ora mi devo anche sentir dire che devo cercarmi un lavoro, per farmi trattare meglio.
Ma certo. Ci credo proprio. Quando anche lo trovassi, sono certa che il mio trattamento non cambierebbe di molto. Tutta la fatica fatta finora è stata inutile, figuriamoci ad aggiungerne altra. Sai che vantaggio!

Non ho un’identità, non so che cosa sono, ho paura di mettermi in gioco, perché ogni volta che l’ho fatto posto per me non ce n’era.

Che stia tutto il tempo a lavare il piano della cucina, a stendere i panni e a far la lavatrice o a rammendare calzini, è visto come oziare.
E mentre ozio a questo modo, cerco di non perdere almeno le capacità che certamente ho. Ma non so a quale scopo.
Perché sbattersi tanto?

Da molti mesi non faccio che fare brutti pensieri… molto brutti. Purtroppo o per fortuna, anche in quel caso l’iniziativa langue, frenata dall’incertezza, dall’indecisione e dalla paura.

La vita mi diventa a tratti indifferente e anche disgustosa.
Poi prendo un libro o scrivo qualcosa, e allora mi sembra di poter resistere un altro po’.
Dove vado in queste condizioni?
A chi la racconto?

Giudicata da ogni lato, io non riesco a trovare un’opinione che sia mia, se non per faccende di lievissima importanza… che tuttavia possono sempre subire modifiche, poiché, se per iscritto sono logorroica e chilometrica, di persona ascolto sempre ciò che dice il mio prossimo. E anche se sono sciocchezze o lo sembrano, sono sempre pronta a confrontarle con le mie, e, nel caso, rivedere le mie ‘certezze’.
Sono quasi trasparente, eppure mi devo sentire nelle orecchie consigli non richiesti, soluzioni che vengono presentate come mirabolanti, che invece sono delle cretinate assurde oppure critiche feroci o colpi proprio dove fa male…

E, a parziale discolpa di chi mi tratta a questo modo, non so dire se c’è un posto in me dove a toccarlo non fa male.

Da parte mia, se una persona agisce in un certo modo, posso pensare che stia sbagliando. Solo in casi eccezionali gli faccio un appunto: ad esempio se si tratta di cose gravi o di consigli di carattere professionale sui campi che più conosco. Per il resto, la mia opinione su Tizio non cambierà se un giorno si presenta in ufficio con i capelli giallo papero, o se Gaia quella mattina ce l’ha con il mondo intero.
Queste cose, che a me non sono concesse, le lascio fare agli altri. Sono altri i drammi, altri i problemi.

In genere vedo la gente permettersi disinvoltamente comportamenti che io ritengo vere e proprie trasgressioni, mentre per chiunque altro non sono che dettagli che facilmente passano inosservati.

Quando venivo sfruttata dalla mia ‘donatrice di lavoro’, non ho mai notato cambiamenti di trattamento, da nessuna di quelle persone che prima ed ora mi trattano in questo modo arido.

Sono concentrata come un dado da brodo, e se continuiamo così, del brodo non ci sarà che il rimpianto.
Questo dado pieno di sapore, ben presto farà muffa…
Perché io stessa non so che farne.

Tanti anni di studi, e non so ancora che farne di me.

Chi come me non ha il suo posticino nella lobby della cultura, a che santo dovrà mai votarsi?

Non c’è politico, non c’è autorità che sappia chi sono, né ho avuto un maestro che sappia indirizzarmi.

Potrei essere un genio o anche l’ultima scribacchina sulla terra, ma non lo so, non lo posso sapere in un mondo dove il binario giusto è uno ed uno solo.

Così sono sospesa… vago… e cerco di non far sì che il mio cervello scappi, lasciandomi imbambolata a fissare la macchia d’umidità sul muro, per non essere consapevole di una realtà troppo terribile, che non mi vuole e a cui non frega niente di me e di nessun altro da quando sono nata.

Non ho modelli di riferimento per capire che farne di me, e quando ho chiesto aiuto, la risposta era preregistrata o non è arrivata affatto… come se dall’altra parte del computer non ci fossero umani. Se non domandi aiuto, allora sei un egoista, ma se invece chiedi, allora tutti ti diranno che non sai cavartela da te. In entrambi i casi, non ci sono informazioni utili in entrata, né strade da cui prendere ispirazione. Sei solo, senza un posto.

Vorrei sapere con chi devo prendermela per avermi fatto nascere in un mondo tanto stupido e arrogante, in una vita senza futuro che non distingue il bene dal male e che non ha gusto, se non cattivo gusto… vorrei sapere chi devo ringraziare, per dargli la mano… guantata come quella di Freddy Kruger, o con la sorpresa, come quella di Wolverine.

Adesso che sono a spasso, senza né arte né parte (almeno per quello che è l’ambito ufficiale), guardo in maniera differente il mio periodo di lavoro.
E in certo senso sono pure contenta di aver mollato tutto, perché, innanzitutto, non era lavoro.

L’unica cosa positiva era l’orario ridotto: dovevo andare dalle 16.30 fino alle 19.30. In effetti pensavo fosse una situazione temporanea, visto che ero lì soprattutto per imparare. Era comodo, e ne approfittavo ogni volta che potevo.

Purtroppo nell’inesistente contratto c’erano sottointese altre regole: potevo essere chiamata a qualunque ora del giorno e della notte, e nel giro di 15 minuti ero là, pronta;

la paga aveva una scadenza cinquantaseiennale, per cui le 100 euro che arrivavano ogni tanto erano più un insulto che uno stipendio;

le iniziative private e le idee un po’ fuori dei binari erano mortificate alla nascita, ma le regole erano taciute: le regole apparentemente fisse erano volatili e cangianti e fumose come le facce in un sogno, ma poi la testaquadra ero io che non capivo;

l’ambiente era umido e malsano, per cui c’era da coprirsi più a stare dentro che a uscire sotto alla neve, e un paio di volte mi sono beccata l’influenza;

quando mi sono ferita ad un ginocchio, urtando contro lo spigolo di un tavolino basso, e il dolore era talmente tanto che mi sono ritrovata stesa al pavimento, neppure l’ho detto alla principale, e ci ho camminato su per le due settimane che occorrevano alla guarigione… la certezza, o la paura, erano che mi avrebbe dato dell’imbranata, chiudendo lì la questione, per cui non era il caso neanche di aprirla;

ero dovunque occorressi, non mi risparmiavo mai, eppure mi pareva di non fare mai abbastanza, e avevo la penosa sensazione di essere trattata come una specie di handicappata…;

le mie capacità personali venivano del tutto ignorate, e quando mostravo di sapere cavarmela anche con i computer brutalizzati di quell’ufficio, non ci ho trovato chissà che soddisfazione. Era solo quello che dovevo fare, in fondo. Perché volere dei riconoscimenti?

L’ufficio era un disastro: il caos che si vedeva nelle cartelle dei computer si rifletteva nell’archivio cartaceo, ridotto ad uno sfacelo; ogni tanto mi veniva la voglia matta di riordinare tutto, con una mia precisa logica, per rendere tutto il meccanismo molto più rapido ed efficiente. Ma purtroppo il metodo della principale era “ovvio” per lei, cioè non c’era niente di meglio, ed era talmente intuitivo che dovevo essere io a comprenderlo. Intuitivo per lei, ma un disastro nemico di ogni logica per ogni altro che sarebbe passato a collaborare con lei. E ce ne sono stati, oltre me, a susseguirsi e a scappare inorriditi.

Mi sforzavo di fare la raccolta differenziata dei rifiuti, ma sono stata scoraggiata dal farlo, e anzi esortata a gettare tutto insieme nel bidone e poi sversare tutto nel cassonetto, avendo cura di conservare la busta (cosa illegale), e quando un vigile mi vide fare questo (io finsi di non averlo visto), la principale andò da lui e gli mollò una banconota per farlo tacere.

Un’altra volta aveva la necessità di una firma di una persona, ma aveva dimenticato di chiedergliela prima che tornasse a casa, mi pare all’estero, o comunque in un posto difficilmente raggiungibile. Così mi disse di imparare la scrittura di quella persona e di firmare come lei. Infatti non ebbi problemi a padroneggiare quella grafia tonda e fortunatamente molto comune, e firmai io. Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Ogni tanto la principale si accorgeva in qualche modo del mio profondo disagio, e invece di capire perché il luogo di lavoro fosse velenifero per me, credeva di poter fare la mammina con me e potersi prendere confidenza, tanto da consigliarmi, per combattere la timidezza, di seguire corsi di burlesque. Una cosa che mi lascia indifferente e che, a propormela, non fa che portarmi imbarazzo.

Questa vicinanza affettata, di mestiere, e questi disgustosi consigli non richiesti, non facevano che acuire il mio sospetto.

Ma contavo che tutto questo sarebbe finito, per poi farmi accedere al mondo vero e proprio del lavoro, tra adulti, con regole precise, istruzioni, incarichi veri e apprezzamento delle scelte nuove.

Niente di tutto questo è accaduto.

L’unica cosa che accadeva era che altre ragazze venivano chiamate a fare lavori di responsabilità, che in pratica mi scavalcavano, appena arrivate. Certamente avevano requisiti validi come faccia tosta e un attestato di laurea molto più serio del mio. Ma questo non rendeva la mia situazione più piacevole, io che mi sentivo al livello del facchino ubriacone che ogni tanto veniva a darci una mano per i lavori pesanti, e che si prendeva disinvoltamente i meriti degli altri.

Così ho lasciato il posto dove stavo; ho cercato di fare dei lavori, ma vendere non è per me, e farmi sfruttare meno che mai. Sono quindi andata di filato ad iscrivermi al collocamento.

Qui, dopo un po’, c’è stato un piccolo corso per cercare personale da formare in fabbrica.
Il test iniziale era ridicolmente facile, tanto che, pur correggendo anche le domande, fui la prima a consegnare tutto. Ma c’era gente che veniva prima di me. Per età, per reddito, per nazionalità, per disabilità e chissà che altro.  Così era come se non avessi fatto alcun test.

Essere Italiana e non aver fatto figli in giro o avere una famiglia normale alle spalle, mi rendeva automaticamente inaccettabile.

Per non parlare della reazione a casa, quando ho raccontato di voler diventare un’operaia…

Pensavo sarebbe stata un’ottima notizia fargli sapere che mi stavo dando da fare. Invece i parenti hanno fatto uno show che non mi sarei mai aspettata: una mi mandava i fulmini di Zeus perché, come, io, una laureata di cotanta famiglia, avevo pensato di fare l’operaia!
Un’altra invece rideva, forse perché pensava che fosse tutto uno scherzo, e che non avevo pensato di andare a fabbricare roba in pelle… forse avrebbe preferito che le dicessi di aver provato a battere il marciapiede.
Un altro non ha commentato nulla di nulla.

“Tranquilli,” ho detto “tanto non mi hanno preso!”

Non sono un’operaia. Non sono un’insegnante. Non sono un’impiegata.

Almeno in questa storia c’è qualcuno che è contento.