Vincenti e perdenti

Siamo tutti convinti di conoscere perfettamente la differenza tra periodo di guerra e periodo di pace.
Ma da un po’ io non ne sono più molto sicura. La differenza mi è diventata difficile da vedere.
La guerra, un tempo prevedeva: un’aggressione per degli interessi, un aggredito e i due eserciti in opposizione, più eventuali alleati con il loro tornaconto.
Ora, noi siamo tutti pronti a maledire Mussolini per essersi accodato a Hitler e invece ad innalzare agli onori e alla gloria Camillo di Cavour per essersi accodato alla Francia.
Ma anche adesso ci accodiamo a qualcuno, no?
Siamo accodati allo Zio Sam, all’esercito USA che, per l’appunto, ci usa e ci sposta dove gli pare. E il nostro tornaconto? Morti ammazzati, la crisi economica che ci piove come fossimo colonie Americane e il resto dell’Europa che ci snobba, perché altri immigrati non ne vuole. E due ragazzi incastrati in India, che da due anni non vedono le loro famiglie.

Noi siamo in guerra, ma non per nostro tornaconto né per nostra scelta; se ne avessimo un vantaggio, non staremmo tutti a lamentarci, o sbaglio?
Dunque, quando mi vengono a parlare di tempo di pace e di guerra, io penso ad una lunga serie di passaggi intermedi, che vanno dalla neutralità assoluta (vale a dire non mandare neppure un proiettile a combattere) alla guerra totale, casa per casa, tipo nei Balcani, fino alle visioni apocalittiche tanto care ai film pacifisti.

Ricordo che quando iniziò la guerra in Iraq contro Saddam Hussein, tanta, tantissima gente si ricordava perfettamente dei tempi della fame e delle ristrettezze. Così ci fu un vero e proprio assalto ai supermercati, per la paura che, partecipando ad una guerra, sebbene come scagnozzi subalterni dei subalterni, le conseguenze ci sarebbero piovute in testa sotto forma di bombe come l’ultima volta.

Per fortuna o per disgrazia, qui in Italia ci sono basi NATO un po’ ovunque, e gli Americani qui si sentono i padroni di casa, disinvolti anche senza sapere una parola di Italiano. Così per proteggere quelle basi, probabilmente siamo protetti anche noi.

Ma è da allora che mandiamo i nostri ragazzi un po’ qua e un po’ là nel mondo, appresso alle stelle e strisce, con la storiella di portare la pace.

Questa storiella piace tanto agli Americani, che se la ripetono e se la cantano, fino a crederci davvero, mentre a noi arriva propaganda sotto forma di film, fumetti e tanto altro. La propaganda di guerra riceve cospicue sovvenzioni da parte dello Stato, in America: basta che appaiano delle uniformi.

Tutti conosciamo Capitan America, ma in pochi sanno che esiste, in varie versioni per di più, anche un Capitan Italia…

Con la scusa di portare ora la civiltà, ora la pace, ora il benessere, arrivano e spadroneggiano, come se perfino la Luna stessa appartenesse all’America, come amavano dire i filmini per le scuole negli anni ’50…
La loro arroganza è ben mascherata dai grandi ideali, dall’entusiasmo di una gioventù coltivata alla gara e imbottita di pregiudizi sulle categorie sociali e sulla leggenda del Perdente e del Vincente.
Essere vincenti o perdenti presuppone che tutti si parta dallo stesso livello, non importa se uno vale 10 è l’altro vale 100;  presuppone che tutti si abbia le stesse opportunità. Allora, se tutti saranno parificati, dipenderà solo dalle forze e dall’impegno di ciascuno il successo il fallimento nella vita.

Ma veramente gli USA sono questo paradiso di opportunità che vogliono da sempre far credere al mondo?
Tutti abbiamo visto i Simpson, e conosciamo bene Homer che grida a casaccio “USA! USA!”, quando ha ragione e soprattutto quando ha torto; tutti leggiamo libri e vediamo film sui quartieri popolari, dove la legge arriva fino ad un certo punto, e la sopravvivenza non è un termine colorito ma la realtà.
Dunque non possiamo acquisire questo modo di pensare che taglia a metà l’umanità intera come un bimbo fa alla lavagna con “bravi” e “cattivi”. Una divisione così è infantile.

Più che altro vale la regola che chi vince ha ragione, chi vince decide la storia, chi vince scrive i libri e i racconti a propria immagine.
Anche quando ha torto marcio; anche quando ad Obama danno il Nobel per la pace e anche quando il mondo è andato economicamente a catafascio per colpa sua.

Insomma, gli USA sono notoriamente il Paese più bellicoso al mondo. Partono adesso le sanzioni per la Russia. Ma stiamo scherzando?
Cosa vogliamo sequestrare alla Russia? La neve? Le balalaike? Le lettere in cirillico?
E noi perché dovremmo inimicarci uno dei pochi Paesi europei che ancora ci rispetta?
L’Italia non è energeticamente indipendente; i nostri interessi sono diversi da quelli del ‘padrone’.
E invece di mandare qualche testa di cuoio a liberare i marò, dobbiamo metterci in coda, ad aspettare nuovi ordini e ad approntare nuova gente da sacrificare.

Dunque non vedo più una divisione così netta tra guerra e pace; facilmente, prima del 1990, anno della guerra contro Saddam, la pace vera c’è stata.
Non mi pare che abbiamo mandato i nostri nella guerra tra Iran e Iraq. Di prima non so niente, non c’ero…
Poi di colpo a molta gente venne il panico, perché aveva visto un mondo più serio, dove chi mandava i soldati era in guerra veramente.

Adesso tutto si è sfumato.

Nei TG raccontano escluisivamente cronaca, sbattuta in faccia alla gente con un tono da giornale scandalistico e con toni “carnosi” quasi imbarazzanti, molto simili al pornografico, titolati in modo che tutti si salti sulle sedie al solo sentirli!

Le vicende della guerra ci vengono poste in modo maldestro, tagliato, incompleto. Tutto fatto apposta per non farci sapere la verità e tenerci buoni per il ‘padrone’.

Ci riportano delle scappatelle del politico straniero, delle battute scientemente scomode di Berlusconi, e invece di rispondergli “Taccia lei che è in agonia!” tutti si scandalizzano… come se fossero davvero queste le cose importanti.
Un tempo a pochi gossippari pettegoli importava delle avventure più o meno squallide del politico o del nobile da rotocalco. Ma finiva lì.
Ora paiono tutti voler fare i moralisti, e si sente sempre nell’aria “Che tempi, signora mia!”.

Già, che tempi. Ma non per l’immoralità, ma per la mancanza di una regola umana.
Vince chi la spara più sensazionale, non importa il contenuto; vince chi si erge sugli altri per mostrare la propria integrità, e non importa se ha speso 200 euro di paste al bar o di mutande verdi o di squllo di lusso, e le ha messe in conto al partito.

C’era una canzone di P!nk che diceva che “non è facile vivere durante la Terza Guerra Mondiale”.
Beh, forse lei Americana sapeva già allora cose che scopriamo solo adesso.

Noi siamo le colonie e possiamo essere intercettate senza ribellarci; possiamo accettare che le nostre informazioni private e sensibili siano al vaglio del Grande Fratello Americano. Viceversa no, eh eh, perché loro lo fanno per la libertà e per i grandi ideali… già: i PROPRI.

Noi siamo quelli che festeggiano il fatto di aver perso la guerra con il nome di Liberazione.

Liberi di muoversi. O no?

Quando si dice “avere un limite”, non è per fare i fighi e ostentare una chissà quanto dura educazione. È importante sapere dove sono i confini, per essere consapevoli di quando li si supera, perché, perché sì o perché no.

Un’idea per impedire alla gente di bere fino a tarda notte disturbando sotto le case della gente? Delimitare uno spazio, rendendolo “alcool free” da un’ora all’altra.
Vi sembra un’idea sensata? Impedire un’azione in una porzione circoscritta di spazio è un’idea pazzesca, che peraltro non risolve il problema: chi metti a sorvegliare i cento o duecento metri quadrati perché la norma venga rispettata?

Dall’alto decidi che in un determinato luogo un’azione diventa punibile. Roba da medioevo.

Piuttosto che inventate leggi sciocche che lottano contro i vizi, si dovrebbe mettere in giro, fuori dagli uffici, i cosiddetti “poliziotti di quartiere”. Essi conoscerebbero le persone, le facce della strada e quelle nuove, e costoro non avrebbero difficoltà a capire quando il problema è un bicchierino di troppo oppure qualcosa di più serio.

A proposito di “serio”: generalmente, quando si parla di una lite fra due (Italiani o stranieri che siano, il che è sempre specificato con morbosità da giornalazzo da barbiere), al Tg ci tengono sempre a specificare che tutto è iniziato a causa di FUTILI motivi.
Mai che si dica che i due si sono dati di mano per motivi seri e sacrosanti, giustificabili e legittimi.
Sono sempre motivi futili, come se in mezzo alla via due si incrocino e senza dirsi niente comincino a menarsi.

Un futile motivo può dare il via ad una reazione a catena che porterà a qualcosa di serio, o magari è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Chi vi autorizza a giudicare futile o serio quello di cui non avete idea?

E ora, tanto per tornare a bomba sull’argomento. Avete sentito? Ci hanno preparato: ottocentomila persone in attesa di arrivare in Italia.
Ottocentomila.
Diamine: una popolazione che cambia la faccia di una città, come minimo.
Con la scusa di fare del bene, li portiamo qua, per tenerli un anno dentro ai centri accoglienza traboccanti, per farne manovalanza alla malavita, per far fare concorrenza a chi un lavoro non ce l’ha ed è rincorso da sanguisughe e truffatori minacciosi.

Ma se proprio li vogliamo, perché non mandare loro un bel traghetto, a prezzo accessibile (alla faccia degli scafisti e dei loro prezzi esorbitanti), e li portiamo tutti qua, comodi, accompagnandoli poi al confine che più gli piace?
All’Europa fa comodo che tutti i disperati vengano da noi, così ce la dobbiamo sbrigare da noi.
L’Europa è un altro di quei club esclusivi dove le rogne non si dividono, ma si rifilano allo sciocco del gruppo, mentre i guadagni sono sempre tra i quattro soliti.
Una fetta di quei migranti, specialmente di quelli morti in mare, è sulla coscienza dell’Europa: la Francia che chiude i confini e fa la gnorri, tanto per dirne una.
Una fetta di responsabilità per chi muore a causa di assassini disperati che non hanno niente da perdere e sfogano su di noi la loro follia è anche di quelli ‘lassù’.

A loro piace vedere un’Italia sempre più povera, sempre più somigliante a quella del diciannovesimo secolo, piena di predoni e di briganti, e con monumenti ed arte che vanno in malora?
Con buona pace dei ministri dei beni culturali, archeologici, enti impronunciabili e garanti vari ed eventuali.

Non era questa l’idea che avevo, quando in terza elementare mi facevano cantare una stupida canzone che diceva: “Noi formiamo l’ideale di un’Europa tutta unita”.

Poi uno non fa bene ad isolarsi: con amici come questi, che te ne fai dei nemici?

Ma qui sto a parlare di fatti di persone. Quando il limite non ce l’hanno neppure le istituzioni, davvero l’eco di “1984” di Orwell mi fischia nelle orecchie, davvero mi vedo immersa fino alla punta dei capelli in “Brazil”.
Non è fantascienza. Ci siamo già.

Io sindaco decido, dall’alto di un’autorità che non ho ma che probabilmente mi viene da Dio e mi è concessa da una popolazione con le anime allo stremo, di non far circolare mezzi con due ruote da qui a qui. E chi ha una bici o che possiede solo una moto si arrangerà. Intanto ho trovato un nuovo mezzo, l’ennesimo truffaldino, per fare soldi, e c’è sempre qualcuno che pagherà, anche se avrebbe il sacrosanto diritto di denunciarmi.

E, giusto per parlare di mezzi e automezzi, vi racconto cosa è successo ad una persona che conosco, ma scriverò come se fosse successo a me; si parla di automobili, e la mia scasso-mobile non ha a che fare con la tecnologia, se non quella dei cavalli vapore di Henry Ford. Ma per poter raccontare chiaramente la portata della faccenda, parlerò in prima persona.

Orbene, stavo viaggiando su un’auto usata ma tenuta in ottimo stato; non nuovissima, certamente, ma aveva il suo impianto CD e una serie di chicche deliziose, spesso facili da trovare nelle auto di marca Francese.

Ad un tratto il computer di bordo, che controlla tutto, mi dice che qualcosa nei programmi non va. Mi invita pertanto a fermarmi e a provvedere.
A me basta che il motore cammini e che i freni funzionino, così prendo atto della cosa, e continuo ad andare.
Il messaggio continua ad insistere, e viene ben presto affiancato da un ordine perentorio: ferma l’auto.
Come? In mezzo all’autostrada? In mezzo ad un via vai di mezzi pesanti in corsa? Ma sei scemo?
Il motore allora si spegne da solo, e la macchina inizia ad andare per inerzia e grazie alla pendenza della strada.
I freni non funzionano. Le luci si sono spente, il clacson è muto.

L’unica è non andare in panico ed affidarsi alla pendenza e al buon vecchio freno a mano, sempre meccanico e non computerizzato… e per fortuna!
Alla prima piazzola inchiodo e mando un messaggio disperato all’elettrauto. Che arriva dopo un po’, fa un abracadabra digitale, e la macchina riprende all’improvviso tutte le sue funzioni.

Ma chi ha progettato la deliziosa auto, si è preoccupato di mettere un vano apposta per gli occhiali e la chiusura automatica dei cristalli in caso di pioggia, ma non ha pensato che permettere al computer di insinuarsi anche dove non gli compete leva spazio alla volontà dell’utente. Il contrario di una comodità. Ed è un pericolo serio per la sicurezza.
Quando uno ha un’auto, vuole che cammini e che reagisca agli ordini di direzione e di movimento, nonché di frenata, e che magari faccia luce durante la notte.
Che senso ha dare la precedenza al computer e le sue bizze, quando l’auto ha il serbatoio pieno ed è in perfette condizioni?

Quando guido, vorrei decidere io se fermarmi e quando, non deve venire un anonimo caccaviello elettronico ad impormi questo o quello, no?

Qualcuno dall’alto pensa sempre di stare agendo per il bene supremo dell’utente ultimo e che le proprie decisioni siano sempre le più sagge del mondo, perché dettate dalla propria profonda voglia di amare il prossimo.

Non sanno che è tutta teoria: puoi sentire in cuore l’amore più grande del mondo, ma risultare una pessima persona o non essere in grado di comunicarlo. Gli adulti dovrebbero saperle queste cose. Ma la riflessione non è più di moda; fingere di sapere che differenza c’è tra sogno e realtà non ti rende automaticamente in grado di sapere esattamente cosa stai facendo e le conseguenze dei tuoi atti. Quando si progetta qualcosa, si dovrebbero tenere in conto queste cose.

Peccato che il progetto venga fatto DOPO aver deciso cosa fare, e quando l’opera è fatta, DOPO si decide cosa farne. E nella gran parte dei casi, resta incompiuta e risulta come un’altra cattedrale nel deserto: una discarica, un deposito di materiali, un ricovero per senza tetto e disperati vari.

Quando ho un oggetto tra le mani, vorrei che esso eseguisse i miei ordini, non che esso mi comandi. E la tecnologia non deve essere per forza ottusa: l’essere umano che la progetta può farla diventare capace di essere un ottimo compagno di viaggio, non un passeggero in competizione, rompiscatole e incapace di ascolto.

Colpevole, fino a prova contraria

Ora cominciano i Campionati Mondiali di calcio, ma, come avrete notato certamente, già sono cominciate le polemiche: costruire enormi stadi ed impianti al fianco delle favelas? Ah, che orrore!

Personalmente non mi piace il contrasto tra la ricchezza e la povertà, e vedere delle modernissime strutture affiancate a baracche sovraffollate fa un certo effetto.
Ma, potrete convenire con me, chi abita in grandi città questo lo vede ogni giorno: il barbone che dorme sotto i monumenti, i turisti che si devono destreggiare tra gli ambulanti, e nessuno che parli Italiano, per non parlare dei condomini, dove porta a porta abitano le più diverse famiglie.
Dietro ad un uscio si può sentire la TV accesa, il tintinnare dei piatti, gente che ride e che scherza, mentre dietro quello di fronte regna il silenzio, quando non ci sono grida che gelano il sangue.

Non è colpa delle città, non è che radiamo al suolo Napoli o Milano perché gente di mondi differenti si trova a vivere a stretto contatto.

Inoltre, permettetemi anche una piccola riflessione: piuttosto che impedire la costruzione di impianti nuovi che attireranno denaro e ricchezza, per non parlare di pubblicità, non è il caso di impedire la costruzione di nuove baracche e di salvare il salvabile, per migliorare la vita di coloro che già sono poveri?

Vedo commenti, sento polemiche: certi personaggi grigi, alla Monti, se la prendono con il calcio.
Se la prendono con il divertimento e la distrazione.
Secondo il loro metro, non è la povertà il problema, ma che la gente voglia evitare di pensarci per un po’, divertendosi.
Come se dimenticare per un attimo le tragedie del mondo equivalesse a ignorarle per sempre.
Allora il problema pare essere lo spasso, il divertimento, anche e soprattutto quello sano: come, tu osi scientemente scegliere di vedere il calcio, mentre sull’altro canale c’è la vita disgraziata dell’immigrato del quartiere!?

Non è il calcio il problema. E la vita dovrà continuare, magari in maniera vivibile, se non è chiedere troppo.

Per quel che mi riguarda, il mio sogno segreto, uno dei tanti rimasti tali (sogni e segreti) è sempre stato adottare bambini, sia qui che a distanza. Ma non avendo due soldi in tasca e dovendo stare ancora a parassitare sulle spalle dei miei a causa del fatto che i datori di lavoro offrono schiavitù, per di più in un neo-Inglese che non capisco, benché io conosca perfettamente l’Inglese, non posso permettermi di adottare neppure un gatto. Né qua né a distanza.

La gente che si diverte non è vista di buon occhio. Sono tuttavia viste con favore le macchinette mangiasoldi dove non si vince MAI (perché mai si recupera tutto ciò che ci hai speso dentro, a meno di non spaccarle con un piede di porco); sono fintamente osteggiate quelle pratiche di divertimento dove la testa viene portata all’oblio (sei un ubriacone o un drogato? sei un malato, lo Stato ti passerà il metadone, ti manderà dall’amorevole psicologo, dallo psichiatra che ti darà le pillole che abbattono un mammuth e vedrai gli SMILE dappertutto…).

Chi si diverte coscientemente, invece, è pericoloso, difficilmente manipolabile, difficile da controllare; chi riflette, all’ultimo istante decide di non gettarsi nel pozzo con gli altri, e lo schema perfetto, esteticamente preciso ed equilibrato va a farsi benedire.

La gente non è un mucchio di scatolette: non si deve essere per forza uguali, allineati e coperti.
Quando l’oscenità impazza, essere pacati e moralmente integri diventa strano; mi verrebbe da dire: sii un’oscenità di fronte agli osceni!

Quando dimostri una qualche normalità, o anche di averne solo il concetto, sentirai immediatamente cori di persone a domandarti cosa e normale, ma non vorranno sentire la risposta; vorranno invece dimostrarti come sei gretto a non mettere in dubbio il concetto stesso di normalità. E alla fine sarai tu bollato come razzista, perciò ‘anormale’ all’interno dell’ampio gruppo dei ben-pensanti.

Divertirsi non è un obbligo né ci sono delle regole e delle prescrizioni da seguire.

Non è il divertimento la marca del diavolo.
Non è il ridere il ghigno del diavolo.

Il diavolo è grigio, vuole un mondo ordinato, file e code per i moduli, tutti sistemati e prevedibili, come dentro un bel magazzino, asettico, dove le etichette sono uniformi e indistinguibili; vuole che, per pagare esose ed inique tasse, si vada di persona a cercare gli sportelli, e dire grazie allo Stato per aver legalizzato il pizzo e non dare niente in cambio.
Il diavolo è quello che ci impone delle prediche su quanto siamo cattivi e ingrati, che ci accusa di essere un popolo di evasori, per il fatto di non apprezzare di poter ANCORA vedere il calcio alla TV.

Già, ma un tempo sulla Rai si vedevano tutte le partite, non una ogni tanto. Adesso c’è la stessa quintalata di pubblicità che c’è su Mediaset, perfino quella durante il match, per non parlare di quella bestemmia oscena e disgustosa di quel “reloaded” piazzato addosso al povero Carosello… dove peraltro le scenette sono di una tristezza e uno squallore d’autore.

Le scenette precedenti all’amichevole con l’Irlanda, le avete viste?

Perché dovrei ridere di una coppia di genitori che si nasconde per non aiutare i figli? Perché dovrei aver piacere nel vedere una madre rispondere alla figlia un’idiozia gratuita, mentre tranquillamente si dipinge gli occhi?
‘Sta sottospecie di sberleffo di Carosello non è che un ennesimo contenitore di pubblicità.

Poi ci sono gli spot istituzionali, dove si vede chiaramente che sono stati bei soldi per un’ottima fotografia e una ricerca accurata, ma il cui messaggio sotteso è sempre più minaccioso: si DEVE parlare di Europa. Si deve.

E l’Europa in che termini parla di noi? Si deve parlare di Italiani, in Europa, io dico.
Di vecchi e nuovi Italiani, quelli che c’erano prima, e i nuovi acquisti, e soprattutto di immigrati: a noi arrivano stremati e pigiati; noi li teniamo un anno e più, di nuovo pigiati, nei centri di raccolta; noi abbiamo da pensare a noi e a loro… ma l’Europa che ne pensa?
Il Signor Unione Europea cosa pensa di tutti quei morti, tra quelli in mare e quelli ammazzati da immigrati allo sbando?
Che cosa pensa dei ‘migranti’, a parte chiudere le frontiere e autorizzare la milionesima invasione della Penisola?

Tutti noi portiamo in volto, addosso, nel sangue e nell’anima tutte le invasioni precedenti. Tutti noi abbiamo avi che vengono dal Nord e dal Sud. L’Europa ha in noi i suoi figli, e ci tratta come idioti da macellare.

E in casa, a comandarci, abbiamo i servitori loro, che, per fingere di fare qualcosa e mostrarsi indaffarati, se la prendono con lo sport, non fanno che vomitarci addosso accuse, rendono possibili truffe e non danno peso alle denunce.

L’albero è caduto: era stato detto a tutte le polizie, comunicato a tutti gli sbirri in divisa, tutti sapevano dell’albero pericolante.
Ma l’albero è caduto sulla macchina di una signora, che ne è rimasta schiacciata.
La signora per caso meritava una tale fine, perché era un’ingrata e non voleva pagare il canone? Lo meritava forse perché non piegava abbastanza la testa? Non aveva uno sguardo abbastanza basso?

Ministri e garanti della privacy guardano sempre altrove quando pezzi di mura antiche cadono giù o la gente viene molestata fin sul telefonino per richieste di soldi assurde o per multe ingiuste su tratti di strada non segnalati a dovere.

Diluire per bene il popolo degli scontenti a chi farà comodo? Mettere in concorrenza vecchi e nuovi poveri a chi gioverà?

L’Europa abbandona noi, i suoi figli, ma per qualche motivo ci vogliono far credere che è per colpa nostra.

Beh, quando siete accusati ma non sapete cosa avete fatto, NON l’avete fatto.
Fino a prova contraria siamo innocenti; fino a prova contraria gli Italiani sono innocenti, e andate a farvi friggere voi e le vostre minacce. E, infine, il calcio me lo guardo lo stesso!

La scuola Italiana

Ai ragazzi nelle scuole non vengono veramente insegnate le materie tipiche, ma viene insegnato loro come imbrogliare l’insegnante per poter non fare il proprio dovere e trovare scorciatoie.

Quando le scuole sono carenti, promettono senza mantenere, per non parlare dei locali insufficienti e degli insegnanti che fanno più danni che altro, e quando i compiti da fare sono solo puramente esercizi meccanici, la gran parte delle volte elargiti in gran quantità solo per levare tempo libero ai ragazzi, è facile capire perché essi non prendano nulla sul serio.

Nulla, letteralmente.

Gli fanno una testa così sulla legalità, ma poi vengono presentati loro dei video che per legge non potrebbero uscire dal salotto di casa; gli fanno una testa così sulla Shoah, ma quando sentono parlare dei disagi degli Ebrei, ridacchiano, fanno battute, ignorano cosa significhi anche solo immaginare di essere limitati nelle più banali libertà quotidiane.

Ai ragazzi, me compresa, è stata scavata via l’anima.

Negli occhi dai colori stupendi non vedi niente, li attraversi senza che niente ti resti impigliato o ti torni indietro.
Quello che costoro imparano dalla scuola è il linguaggio muto dei militari, è come farsi trasparenti sotto l’occhio dell’insegnante. È pura sopravvivenza in un continuo nascondersi, senza mai prendersi le responsabilità delle proprie azioni. È quello che imparano in classe.

Essi stanno nell’intercapedine tra la vita adulta è quella dei bambini, e sanno perfettamente come entrarci e che è la loro zona franca. Sanno che certi linguaggi non verranno mai compresi da vecchi professori che hanno visto altri tempi e che ormai non sono fatti per un ritmo serrato, per cui mangiare un panino al volo e fare ogni giorno il tempo pieno. Sanno che i giovani professori, precarissimi, non hanno a cuore loro, ma solo di trovare uno stipendio alla fine del mese. E tra queste due categorie, riconoscono e vedono tutte le sfumature. Ci si mettono dentro e ne approfittano, finché possono: sanno che il loro tempo in questa fase è molto limitato, e presto il mondo, fatto di controlli e di colpevolezza fino a prova contraria, li mangerà come ha fatto con ciascuno di noi, i loro genitori per primi.

La situazione dei ragazzi, attualmente, è un mondo che cerca di copiare ciò che accade ai ragazzi degli USA, che sperimentano su sé stessi come freddi chirurghi, sulla loro mente e sul loro corpo, ma piantato in una situazione, quella Italiana, piena ancora di vecchia morale, vecchi princìpi, vecchie paure e l’imperante idea del peccato. In America i ragazzi accettano il rischio, non hanno particolari problemi con i concetti di sano/dannoso; in classe insegnano la competizione e la praticità totale.
Ma qui in Italia abbiamo vecchie idee non sostituite con niente, e portate avanti dai vecchi che non vorrebbero mai vedere scorrere il tempo, assetati di potere, e rabbiosi contro tutti i giovani, per invidia, semplice e pura invidia.

I ragazzi sono il termometro di questo cortocircuito, e lo cavalcano, ridendo, come il dottor Stranamore a cavalcioni sulla bomba atomica in volo, disperati ed euforici, nell’ebbrezza dell’onnipotenza di sentirsi in balìa del mondo. Sono nell’esatto centro di questa contraddizione, si sentono eroi, pur imparando a nascondersi e a trovare sutterfugi e imbrogli per restare nell’ombra.

I genitori sono fragili come i figli, perché anch’essi sono stati abbandonati: la loro anima non è stata mai presa in considerazione.
Sempre, davanti ai loro disagi, c’era qualcosa di più importante; la risposta alle loro domande, sempre meno frequenti, era: “Smetti di lamentarti”.
Non era una soluzione, non era un dialogo serio, ma solo un contino TACI!, come se essere bambini, adolescenti, ragazzi, significasse avere LE STESSE ubbìe degli adulti, ma un decimo della loro capacità di usare le informazioni.
I vecchi proiettano sui giovani i loro vecchi processi mentali, mentre ignorano quanto i giovani siano differenti. Non gli interessa.

Chi dovrebbe allevare le nuove generazioni, è il primo a non volerlo fare: facendo il buonista, il genitore chiede che al ragazzo scapocchione venga data una seconda occasione… ma le seconde occasioni non sono bruscolini, anche se vengono smerciate come tali: le seconde chance sono rare e miracolose, e devono essere richieste dal ragazzo, il protagonista, non dalla mamma o dal padre.
Se al ragazzo non interessa una seconda occasione o il perdono, perché glieli si deve dare?
Sono concetti che non gli dicono più niente!

Io sono obsoleta, pur avendo un gran vocabolario in comune con i ragazzini di adesso: li vedo con gli occhi di quando avevo la loro età, con in più una certa benevolenza rassegnata, figlia dell’esperienza.
Ma l’umanità che esce dalle scuole (la mia e quelle di ora) non mi piace affatto: un esercito di zombi, già rotti prima di essere usati, già agonizzanti ben prima dell’età delle malattie, facili da attraversare, eterni bambini vuoti.
Innalzati gli handicappati, a cui neppure importa niente di essere su un qualche piedistallo, mortificati i normodotati.
Lasciati tutti a sé stessi, in un mondo dove le maglie si sono strette a tal punto che essere fiduciosi significa essere ingenui, scriteriati e creduloni.

Bisognerebbe che la scuola smettesse di essere un obbligo. Con i media a cui abbiamo accesso ora, si potrebbero evitare stupidi numeri chiusi, quote rosa o blu, ma lasciare che il ragazzo scelga una sua strada. Sarà poi la vita a presentare il conto, non uno stupido burocrate, che segue leggi inumane fatte da vecchiacci annoiati e rinsecchiti dal livore.

Suggerimenti Americani

Oggi è morto il giudice D’Ambrosio, uno dei protagonisti di Tangentopoli.
Io ero una bambina allora: accogliemmo tutti con favore che un pool di magistrati, a quel tempo perfetti sconosciuti, desse una bella scossa alla corrottissima Italia.
Il risultato furono incarcerazioni preventive, un fuggi-fuggi generale, gente sputtanata tutt’ora, il crollo dell’intero sistema Italiano (una parte dello Stato attaccava un’altra parte dello Stato) e i veri politici, papponi quanto vuoi, ma veri statisti, si trovarono a ritirarsi, lasciando il posto alla monnezza che c’è ora.
Non si rimpiange De Mita, ma vuoi metterlo accanto a uno Zio Nessuno come Veltroni? Oppure, andato via Forlani, è stato sostituito da Rosy Bindi!
Gente ladra e in malafede ha lasciato il posto a gente ladra, in malafede, grigia, incolta, incapace, parassitaria, che per di più predica la virtù peggio di Robespierre durante la Rivoluzione Francese.

Accusano gli altri di essere dei codardi a difendersi dietro la legge… ah, perché la legge non è fatta per difendere qualcuno perché innocente fino a prova contraria?
Accusano gli altri di non voler rispettare la legge, perché le sentenze si rispettano, eh, eh: loro possono fare le leggi ad personam e mettere figli e nipoti scadenti a capo di importanti dipartimenti, e a stipendi faraonici, ma gli altri no.

Ora non ci sono più i Democristiani, ma solo la loro feccia, dispersa come da dentro un ventilatore.
Tutti si nascondono, si offendono se scoperti, e negano l’evidenza, anche quando hanno le mani lorde e grondanti e puzzolenti.
Questo regaluccio di Tangentopoli, mi hanno detto, è un’idea degli Americani: mettere un tarlo su ciò che sorreggeva l’intera nostra scalcagnata baracca avrebbe significato eliminarci come avversario concorrente per anni. Decenni.

E infatti, ne apprezziamo i risultati sulla nostra pelle, ora.

Al momento non possiamo fare troppo altro che obbedire, ma dovremmo protestare per non dover più perdere le nostre vite gratis, per le missioni decise dagli USA verso altri Paesi terzi, che farebbero comodo essere nostri amici.
Per questo problema, non dovremmo essere così accoglienti con i disperati che vengono da fuori: noi siamo già disperatissimi di nostro, e se l’Europa non vuole più immigrati, perché li lascia a noi, che non manteniamo nemmeno noi stessi?

Poveri di lungo corso a fare concorrenza a poveri novizi, sapete chi vincerà?

Siamo in rotta verso la povertà, come dopo una guerra. E per questo dovremmo anche essere grati a Obama e tutto ciò che egli rappresenta? Obama, Nobel per la pace, ma già pronto a far guerra a casaccio, per mantenere il traballante prestigio della sua Nazione di spioni e spiati.

Nessuno ha detto ciò di cui hanno parlato con Renzi, con Napolitano. Ai TG hanno solo detto della battuta dello stadio da baseball, peraltro molto Americana.
Bastano già Stato, Mafia e Vaticano a comandarci in casa (per la benedizione di Pasqua non occorre più un’offerta libera, ma almeno 20 euro: il prete entrando in casa prende la perizia! Per fortuna non siamo esattamente cattolici in famiglia…).
Bisognerebbe che qualcuno che comanda, si svegli e abbia gli attributi per dire no, no, no, un po’ di volte, fare la voce grossa, ridere delle minacce: impoverirci di denaro e di cultura l’hanno già fatto; mandarci qua gente disperata a far da concorrente ai nostri poveri l’hanno già fatto.
Vogliono mandarci una bomba atomica sulla testa?
Prego, fate pure.
Una nota cantante, da un video, mi ha già suggerito: “Die young! Muori giovane!”
Difendersi è un delitto, la vendetta anche peggio, subìre è da vigliacchi… Che cosa volete che faccia, che schiatti?
Poi accendo la TV e sento: “Die young! Die young!”
Ho afferrato, grazie.
Beh, se ci pensate voi…

La GraAande Bellezza

Nonostante i miei giganteschi pregiudizi riguardanti il cinema Italiano, con i suoi dialoghi scontati, la recitazione strozzata pronunciata da bocche semichiuse, che racconta solo storie di tristezza e depressione, mi sono messa e ho guardato la tanto osannata pellicola “La grande bellezza”.

I film Italiani scelgono sempre un certo tipo di umanità che, al più, non esiste; quando esiste, è un genere di persona che trovo detestabile o al massimo indifferente.

In ogni caso il MIO tipo umano non è mai calcolato, non esiste, non serve, non c’è. E quest’ultimo “capolavoro” non fa eccezione.

Una fotografia stupenda (come può esserlo una foto già perfetta ma ritoccata con photoshop) a racchiudere una storia per gran parte metaforica, dove il messaggio sottointeso era sempre lo stesso: la nostalgia per i bei tempi andati e la corsa inutile e folle per riconquistarla, dopo i 60 anni.

Un film fatto da vecchi ricchi Romani annoiati, per vecchi ricchi Romani annoiati, dedicato a loro e non adatto ad un pubblico al di sotto dei 60 anni e al di sotto di 10.000 euro di reddito mensili.

Gli unici giovani che vi figurano, sono usati.

Sono usati come oggetti: ballerine nude, coppie esibizioniste, artistoidi che non sanno spiegare la loro pseudo-arte concettuale e altri costretti ad essere artisti per forza e ad esibirsi anche contro la loro volontà, a beneficio di un pubblico che non guarda realmente, che non prova più niente e da un pezzo e che potrebbe stare in casa a godersi la Tv grande quanto la parete, la Jacuzzi o farsi una striscia di cocaina, e sarebbe uguale.

L’unico personaggio che ha ancora una parvenza di vita è proprio il protagonista, interpretato da Toni Servillo, che potrei definire in gran forma, se tutto non fosse sotto una radice quadrata di atmosfere dimesse e decadenti.

L’Italia che ha guardato il film si divide in due: ci sono giudizi stroncatori da chi l’ha visto, da chi l’ha visto fino ad un certo punto e da chi già sa bene di che cosa si parlerà pur senza averlo visto, perché il cinema Italiano non è originale da almeno 40 anni; ci sono giudizi entusiastici, di chi ha visto in questo esercizio di stile una delle più grandi opere d’arte che si siano mai viste.

Per me la storia ha cominciato ad essere di qualche interesse solo dopo ben 10 minuti dall’inizio del film. Ad un certo punto stavo davvero pensando di cambiare canale, e sintonizzare il mio vecchio TV a tubazzo catodico su Ballarò… un tipo di programma che vedo solo come medicina contro il mio isolamento forzato e per la mia perenne lotta all’ignoranza.

Diciamo anche che mi aspettavo molto peggio, e Sabrina Ferilli sembrava proprio divertita dalla parte che le era stata assegnata.

Ho apprezzato, oltre al protagonista, anche l’editrice, che lo esorta a fare delle interviste, ma lui è ormai annoiato…

Se avessi la possibilità di andare indietro nel tempo di un anno per incontrare me stessa, mi direi di aspettare, di non andare al cinema; mi direi: sette euro o più, per pagare e vedere questo, non sono alla portata delle tue tasche. Ti consiglio di aspettare un anno per vederlo gratis alla Tv… e sopporta un po’ la pubblicità, perché riuscirai a vederlo fino alla fine, nonostante la sua vacua pesantezza. In fondo si vede Roma e si conoscono delle usanze piuttosto bizzarre di un certo tipo di umanità. E sapere è meglio che non sapere, no?

A quanto si dice, gli Americani l’hanno trovato stupendo, e il fatto che molti Italiani non l’abbiano apprezzato, gli ha fatto pensare che gli Italiani non capiscono niente.

Beh, se viene LUSINGATO il loro modo di vedere l’Italia, è matematico che ad essi piaccia molto.

Essi pensano che gli Italiani o siano sempre fermi agli anni ’40 del ‘900, chiusi nelle loro tradizioni e cattolici fino allo spasimo, o che siano degli impenitenti goderecci decadenti.

Della gente normale non hanno un’idea e non gli interessa. Come non interessa ai film Italiani: solo disagiati, immigrati, malati gravissimi terminali, anziani furbi e saggi, bambini saputelli la cui innocenza sparisce appena iniziano a recitare il loro copione… mentre della gente normale, con problemi interessanti perché comuni un po’ a tutti, non importa niente.

Se gli Italiani non capiscono un film Italiano, mi domando cosa ne capiscano degli Americani, capaci di fare un “Mangia prega ama” dove le coppiette a baciarsi a Roma sono in numero maggiore dei ruderi, o capaci di inventare un Capitano Corelli che indossa un anacronistico maglione di 100 anni più avanti nel futuro, presentandosi come un canterino di lirica, senza spina dorsale, anche se va a invadere la Grecia in rappresentanza dell’Italia fascista… Per non parlare di “2012”, dove il Presidente del Consiglio (Monti) secondo loro si unisce a tutti in Piazza San Pietro, insieme al Papa, tutti a pregare, aspettando quieti l’onda anomala… e le famiglie Italiane sono riprodotte come in una cartolina dell’immediato secondo dopoguerra.

Se noi non capiamo niente, figuriamoci loro…

Insomma, non è stato così orribile come pensavo. Sarà che anche una pellicola deprimente come questa non mi può fare più effetto, visto che sono con il morale sotto le suole da talmente tanto, che non sono certa di sorridere, quando mi sento di farlo, e ho anche paura che qualcuno possa attaccarmi se lo faccio, qualora ci riuscissi…

Per i sessantenni, è l’apoteosi della nostalgia: tutto l’amore è concentrato nello spazio tra i loro 16-18 anni, per poi svanire nel niente di adesso. Uhm, scusate se nel niente ci sono anche i loro figli e i loro nipoti, per chi ha abbastanza fortuna e soldi per averne e poterseli permettere.

La colpa dei mali Italiani sta principalmente in questo ostinato guardarsi indietro, nel voler fermare il tempo, nel voler cristallizzare la vita nell’unico momento ricordato da un egoista dallo sguardo molto corto e dall’immaginazione poverissima.

Questa gente grigia si è messa al comando.

I loro valori sono il vendersi senza alcun rispetto, il noleggio di sé stessi e degli altri, l’ostentazione e il piacere massimo a tutti i costi…

Una celebrazione di questo modo di vivere, con anche un ipocrita sottofondo di Requiem, per me non è un’opera d’arte.

Da 1 a 10 metterei un 4 o un 5 stentato. Giusto perché mi aspettavo il solito 3 come voto standard del cinema Italiano.

Sono stata generosa.

Mercanti di anime

La Germania non si fida: dopo la vicenda delle intercettazioni, i rapporti tra l’Europa e gli USA sono diventati gelidi.

Se era progettata una grande produzione di occhiali a realtà aumentata connessi alla rete, ora l’idea è stata arrestata: come ci si può fidare se si può essere spiati in casa con i propri stessi occhi?

Invece di investire in occhiali tecnologici, la Germania prepara importanti difese, reti criptate e uomini dei servizi segreti nei punti strategici del governo… e i richiami e le convocazioni di Obama verso la Merkel vengono di fatto ignorati.

L’America gioca sporco e dice baro a chi si difende.

E noi?

Beh, Napolitano ha messo a disposizione delle spie, manifeste o no, tutta l’Italia, fin dentro ai nostri calzini.

Ci stordiscono con un odio programmato verso il perfetto cattivone Tedesco, ci fanno indignare sulle sciocche e banali storielle del Presidente Francese… e ci fanno gioire se i nostri magistrati aprono un’ennesima inchiesta di cattivo gusto su Berlusconi; e ci fanno stare in ansia a comando per le proteste in Ucraina e altrove, dove ci tengono tanto ad entrare in Europa.

Intanto chi entra da clandestino in Italia viene a pretendere. Ma consideriamo anche che nessuno, clandestino o no, può essere lasciato ad aspettare più di un anno fermo in un sovraffollato centro d’accoglienza, senza sapere se entrerà o se tornerà in Patria.

Possiamo dire loro: – È così che funziona in Italia. Benvenuti! –

Ma questo non rende buono e giusto questo sciatto modo di trattare la vita della gente, Italiani e non, clandestini o regolari che siano.

Fanno grandi chiacchiere pompose sulla sacralità della vita umana, per farci stare in colpa, ma gli stessi che predicano questo, lasciano questi in deposito, a cucirsi la bocca e a protestare… inascoltati, se non per fare show.

E, cosa importantissima: r…g…sf…h….

La Rai si vede, si sente, si tocca…

…E si smaglia.

http://www.padovanews.it/rubriche/che-borsa-che-fa/195760.html